“Deathwing”: un racconto di William King – Parte 2

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Ecco a voi la seconda parte del racconto di William King sulla nascita dei Dark Angel e del Culto dei Genestealer. Se ve la siete persa potete trovare qui la prima parte!

Due-Teste-Parlanti attraversò le porte aperte della città. La puzza assalì le sue narici. La sua concentrazione vacillò, e lui sentì che gli Spiriti lottavano per scappare. Esercitò la sua volontà di ferro e l’incantesimo di protezione ritornò saldo.
Controllando quel che lo circondava, realizzò che non c’era niente di cui preoccuparsi.
Non c’erano guardie, solo un casello di pedaggio dove un impiegato dal viso pallido stava seduto a spuntare una lista. Trovò il particolare molto sinistro: era ovvio che i costruttori della città non si sentivano minacciati a sufficienza da piazzare delle sentinelle.
Due-Teste-Parlanti studiò lo scriba. Era seduto ad una piccola finestra, con lo sguardo fisso su un libro mastro. Nella sua mano, una penna d’oca. Scriveva alla luce di una piccola lanterna. Per un momento, sembrò percepire la presenza del Bibliotecario e alzò lo sguardo. Possedeva gli zigomi alti e la pelle rossa del Popolo delle Praterie, ma qui finiva la somiglianza.
Le sue membra sembravano piccole e deboli. Era caratterizzato da un pallore poco salutare. Diede in un rauco colpo di tosse e tornò al suo lavoro. Il suo viso non mostrava i segni delle cicatrici della virilità. Il vestito era di qualche tessuto intrecciato rozzamente, non di pelle di alce. Nessun arma giaceva vicino alla sua mano ed egli non mostrava alcun risentimento per essere ingabbiato nel minuscolo ufficio piuttosto che poter stare sotto il cielo aperto. Due-Teste-Parlanti trovò difficile credere che questo individuo potesse essere un discendente della loro cultura guerriera.
Si spinse nella città, scegliendo con fastidio la strada attraverso le sottili, sudice vie che correvano tra i giganteschi edifici. Il posto sembrava edificato senza alcuna armonia né ragione. Vaste piazze giacevano fra le grandi fabbriche, ma senza un ordine apparente. La Città era cresciuta senza controllo, come un cancro.
Non c’erano fognature e le strade erano piene di sozzura. L’odore di rifiuti umani si mischiava agli odori di cibo fritto e di alcool scadente. Minuscoli usci di locande e osterie si alternavano alle baracche, in ogni piazza.
Bambini lerci correvano ovunque. Vide più volte degli uomini ben nutriti con indosso delle lunghe giacche blu che si aprivano la strada attraverso la calca. Recavano tatuaggi facciali e camminavano con un atteggiamento di borioso orgoglio. Se qualcuno attraversava loro la strada, lo sferzavano con bastoni di legno. Con sorpresa, Due-Teste-Parlanti vide che nessuno restituiva i colpi. Sembravano troppo deboli di spirito per combattere.
Durante il suo vagabondare, il Bibliotecario notò qualcosa di ancora più terribile. Tutti i componenti della folla, eccetto i monelli e le giacche blu, erano storpi. Sia uomini che donne avevano arti mutilati o volti bruciati. Qualcuno zoppicava su grucce di legno, oscillando monconi di gambe avanti e indietro. Altri erano ciechi e guidati dai bambini. Un nano senza gambe avanzava faticosamente, usando le braccia per muoversi, camminando sui palmi delle mani. Sembravano essere tutti vittime accidentali di un qualche immenso processo industriale.
Nell’oscurità, alla luce tremolante delle infernali ciminiere, si muovevano come ombre, camminando a tentoni e scontrandosi, elemosinando, domandando soccorso e liberazione. Si rivolgevano al Padre Celeste, l’Imperatore dalle Quattro Braccia, perché li salvasse. Maledicevano e inveivano e supplicavano sotto un cielo inquinato. Due-Teste-Parlanti vide il povero rubare al povero e si domandò come avesse potuto il suo popolo cadere così in basso.
Ricordava gli alti, forti guerrieri che abitavano nelle “case lunghe” e non chiedevano niente a nessuno. Quale maligno sortilegio aveva potuto trasformare il Popolo delle Praterie in quelle patetiche creature?
Gli si gelò il sangue quando un bambino si aggrappò alle sue braccia. “Gettoni, Anziano. Gettoni per mangiare”.
Due-Teste-Parlanti tirò un sospiro di sollievo. L’incantesimo teneva ancora. Il bambino vedeva solo una sicura, discreta figura. Poteva sentire la tensione degli spiriti vincolati che lo rosicchiavano nel subconscio, ma non avevano ancora indebolito la sua presa.
“Non ho niente per te, ragazzo” disse. Il monello corse via, mormorando oscenità.
Depressi e adirati, i Marine lasciarono il villaggio delle grotte. Corre-sulle-Nuvole notò che la faccia di Orso-Zoppo era sbiancata. Fece cenno al grosso uomo ed a Donnola-Feroce di seguirlo. I due capi squadra gli si avvicinarono. Marciarono fino ad un grosso spuntone di roccia e guardarono giù nella lunga valle.
“Stealer.” disse. “Dobbiamo informare l’Imperium.”
Donnola-Feroce sputò oltre il bordo del dirupo.
“La Città oscura è opera loro.” disse Orso-Zoppo. C’era un odio profondo nella voce quieta, che Corre-sulle-Nuvole comprendeva. “Devono aver soggiogato il Popolo che adesso è rinchiuso là dentro.”
“Qualche Clan ha opposto resistenza.” disse Corre-sulle-Nuvole. Era orgoglioso di questo. Il fatto che il suo Clan avesse scelto di continuare a resistere senza speranza piuttosto che arrendersi gli dava un po’ di conforto.
“Il nostro mondo è morto. Il nostro tempo è andato.” disse Donnola-Feroce . Le sue parole suonavano come grandi, tristi campane nella testa di Corre-sulle-Nuvole. Donnola-Feroce aveva ragione. La loro intera cultura era stata sterminata.
Gli unici che potessero ricordare il mondo del Popolo delle Praterie erano i Marine degli Angeli Oscuri. Quando essi fossero morti, il Clan sarebbe vissuto solo nelle registrazioni della Flotta del Capitolo. A meno che gli Angeli Oscuri non avessero infranto la tradizione per reclutare da altri mondi, il Capitolo si sarebbe estinto con la morte dell’attuale generazione di Marine.
Corre-sulle-Nuvole si sentì svuotato. Era ritornato a casa con grandi speranze. Era tornato per camminare ancora tra la sua gente, vedere di nuovo il suo villaggio prima che la vecchiaia lo ghermisse. Ora aveva trovato il suo mondo morto, e da lungo tempo.
“E noi non lo abbiamo mai saputo.” disse piano. “I nostri Clan erano morti da anni, e noi non lo sapevamo. E’ stato un giorno maledetto quello in cui abbiamo diretto l’Ala della Morte fino al nostro mondo natale.”
I capi squadra rimasero in silenzio. La luna spuntò da dietro le nuvole. Sotto di loro, nella valle, videro i contorni sbiaditi di un grande teschio alato scavato nella terra.
“Cos’è quello?” chiese Donnola-Feroce . “Non c’era l’ultima volta che ho camminato nella valle.”
Orso-Zoppo gli scoccò un’occhiata strana. Corre-sulle-Nuvole sapeva che il suo vecchio amico non aveva mai immaginato che qualcuno di un Clan nemico avesse potuto marciare nella valle sacra del suo popolo. Anche dopo un secolo, il taciturno, scheletrico Donnola-Feroce riusciva ancora a sorprenderli.
“E’ dove i nostri sciamani praticavano la magia.” rispose Orso-Zoppo. “Devono aver tentato di evocare l’Ala della Morte, la Portatrice dei Guerrieri del Cielo. Dovevano essere disperati per tentare una simile evocazione. Credevano che li avremmo protetti. E noi non siamo venuti.”
Corre-sulle-Nuvole sentì Donnola-Feroce ringhiare. “Li vendicheremo.” disse.
Orso-Zoppo assentì. “Dobbiamo andare a perlustrare la Città.”
“Siamo solo in trenta, contro probabilmente un’intera città di Stealer. Il Codex è chiaro in questi casi. Dovremmo virus-bombardare il pianeta dall’orbita.” disse Corre-sulle-Nuvole, e cadde il silenzio. Orso-Zoppo e Donnola-Feroce lo fissarono, sgomenti.
“Ma cosa ne sarà del nostro popolo? Potrebbero esserci ancora dei sopravvissuti.” disse Orso-Zoppo, quasi senza speranza. “Dobbiamo perlomeno considerare questa possibilità prima di epurare dalla vita il nostro mondo natale.”
Donnola-Feroce si fece pallido. Corre-sulle-Nuvole non lo aveva mai visto così turbato.
“Io non posso farlo.” disse lentamente. “Puoi farlo tu, Fratello Capitano? Puoi dare l’ordine che distruggerà il nostro mondo – e il nostro popolo – per sempre?”
Corre-sulle-Nuvole sentì il peso della terribile responsabilità posarsi su di lui. Il suo dovere era chiaro. Su questo mondo albergava una grande minaccia per l’Imperium. La sua parola poteva condannare il suo intero popolo all’oblio. Egli cercava di non considerare che Orso-Zoppo potesse avere ragione, che il Popolo potesse non essere ancora del tutto schiavizzato dai Genestealer. Ma il pensiero lo infastidiva alquanto perché sperava che fosse vero. Rimase pietrificato per un istante, paralizzato dall’enormità della decisione.
“La scelta non è tutta tua, Corre-sulle-Nuvole.” disse Donnola-Feroce . “E’ una questione per tutti i Guerrieri del Popolo.”
Corre-sulle-Nuvole lo guardò negli occhi fiammeggianti. Donnola-Feroce aveva invocato l’Antico Rituale; aveva diritto a una risposta. Il Capitano Terminator guardò Orso-Zoppo. La faccia del gigante era torva.
Corre-sulle-Nuvole assentì. “Dovremo tenere un Consiglio.” disse.
Due-Teste-Parlanti vide la confusione scoppiare nella piazza. Una squadra di giacche blu spingeva di lato gli storpi e gli accattoni. La folla veniva schiacciata sotto i piedi e loro fendevano la calca come una spada nella carne.
Il Bibliotecario fu sospinto indietro fino all’ingresso di una taverna. Uno sgherro con le guance sfregiate di fresco si fece troppo vicino. Alzò il suo sfollagente per colpire Due-Teste-Parlanti, scambiandolo ovviamente per uno qualsiasi della calca. Il colpo rimbalzò sul carapace dell’armatura Terminator. La giacca blu gli scoccò un’occhiata perplessa, e poi andò via.
Un palanchino avanzò attraverso la strada liberata dagli sgherri, portato da due uomini tarchiati, con la testa rasata e le divise marroni. Due-Teste-Parlanti osservò il simbolo dell’uomo con quattro braccia su un lato del palanchino e un brivido di paura lo attraversò. I suoi peggiori sospetti erano giustificati.
“Elemosina, Anziano, fateci l’elemosina.” supplicò la folla, le voci mischiate in un possente ruggito. Molti si erano prostrati e avevano piegato le ginocchia, i monconi e le mani tremanti volte in supplica in direzione del palanchino.
Una tendina fu tirata indietro, e un uomo basso e obeso ne spuntò fuori. La sua pelle pallida possedeva una tinta bluastra. Indossava un ricco vestito nero, un panciotto bianco e degli alti stivali di pelle nera. Un pendaglio con quattro braccia gli ciondolava da una catena appesa al collo. Era completamente calvo e aveva penetranti occhi neri. Egli fissò la folla e sorrise compiaciuto, mentre la calca mormorava degli incoraggiamenti. Mise una mano nel panciotto e tirò fuori un borsellino. La folla trattenne il respiro, in attesa. Per un istante, il suo sguardo fisso cadde sul Bibliotecario, e cominciò a fissarlo, perplesso. Aggrottò le sopracciglia. Due-Teste-Parlanti sentì uno strattone ad una gamba e cadde su un ginocchio, nonostante non si fosse mai genuflesso di fronte a niente che non fosse l’immagine dell’Imperatore. Sentì lo sguardo maligno indugiare su di lui e si domandò se il grasso uomo fosse riuscito penetrare il travestimento fornito dagli spiriti.
Le squadre si radunarono tutte assieme attorno al fuoco. I grandi ceppi ardevano nell’oscurità, rischiarando le facce dei Marine, conferendo loro un aspetto demoniaco. Alle loro spalle, il Modulo Ala della Morte stava appollaiato sui suoi ramponi d’atterraggio, un bastione contro l’oscurità. Pareva sapere che dietro di lui si estendeva la Città dei loro nemici, dimora dell’abominazione.
I capi squadra erano i più vicini alle fiamme, accovacciati attorno al fuoco con i volti inespressivi. Dietro, i loro uomini in completo assetto da battaglia, con i requiem d’assalto ed i lanciafiamme a portata di mano. La luce del fuoco danzava sulle spade alate dipinte sui loro spallacci. Le loro divise erano imperiali, ma le facce sfregiate che mostravano alla luce del fuoco appartenevano al Popolo delle Praterie.
Conosceva da così tanto tempo quegli uomini che nemmeno Due-Teste-Parlanti avrebbe potuto leggergli dentro meglio di lui. In ciascun volto severo vedeva sete di vendetta e desiderio di morte. I guerrieri volevano ricongiungersi ai loro fratelli dei Clan nel Reame degli Spiriti. Anche Corre-sulle-Nuvole percepiva il richiamo dei propri antenati, la loro pretesa di vendetta. Cercò di ignorare le loro voci. Lui era un soldato dell’Imperatore. Aveva altri doveri oltre a quelli verso il suo popolo.
“Dobbiamo combattere.” disse Donnola-Feroce . “I morti lo chiedono. I nostri Clan devono essere vendicati. Se qualcuno del nostro popolo è sopravvissuto, deve essere liberato. Il nostro onore deve essere rivendicato.”
“Esistono molti generi di onore.” rispose Luna-Sanguinante. “Noi onoriamo l’Imperatore. Le nostre armature Terminator sono il simbolo di questo onore. Sono il segno dell’onore che il nostro Capitolo ci tributa. Possiamo rischiare di perdere tutte le tracce del nostro antico retaggio nel Capitolo per gli Stealer?”
“Per un centinaio di secoli, le armature che indossiamo hanno protetto i Marine durante ogni battaglia. Le armature non ci tradiranno ora.” replicò Donnola-Feroce con calore. “Possiamo solo aggiungere loro altro onore massacrando i nostri nemici.”
“Fratello Marius, Fratello Paulo, silenzio, vi prego.” disse Corre-sulle-Nuvole, invocando formalità tramite l’uso del rituale del Capitolo e chiamando Donnola-Feroce e Luna-Sanguinante con i nomi che essi stessi avevano adottato quando erano diventati Marine. I due Terminator chinarono la testa, consci della gravità del momento.
“Perdonaci, Fratello Capitano, e ordina la punizione. Noi siamo al tuo servizio. Semper Fidelis.” replicarono.
“Nessuna punizione è necessaria.” Corre-sulle-Nuvole guardò attorno al fuoco. Tutti gli occhi erano puntati su di lui. Soppesò attentamente le parole, prima di parlare di nuovo.
“Noi siamo riuniti stasera non come soldati dell’Imperatore, ma, secondo l’antico rituale, come guerrieri del Popolo. A questo io do la mia benedizione come Capitano e come Capo Guerra. Noi siamo qui come portavoce dei nostri Clan, uniti in fratellanza, così che possiamo parlare con una voce sola, pensare come una mente sola e discernere il sentiero corretto per tutte le nostre genti.”
Corre-sulle-Nuvole sapeva che le sue parole suonavano false. I presenti non erano i portavoce dei loro Clan. Essi erano i loro Clan – tutto ciò che ne restava. Ma il rituale era stato invocato e doveva essere rispettato.
“All’interno di questo cerchio non vi sarà alcuna violenza. Fino al termine di questo Consiglio, noi saremo un solo Clan.”
Suonava strano rivolgere quelle parole a dei guerrieri che avevano combattuto assieme in migliaia di battaglie sotto centinaia di soli. Ma questo era l’antico Rito dell’Incontro, che mirava a garantire la pacifica discussione tra guerrieri di tribù rivali. Vide alcuni Marine assentire.
Improvvisamente, si sentì bene. Le loro tradizioni erano nate su quel mondo e, fin quando fossero stati lì, essi le avrebbero rispettate. In questo tempo e in questo luogo, essi erano accomunati dai legami del comune retaggio. Ciascuno di loro aveva bisogno di rassicurazione, dopo le traversie della giornata.
“Dobbiamo discutere del destino del nostro mondo e del nostro onore come guerrieri. E’ una questione di vita o di morte. Parliamo dunque onestamente, in accordo ai costumi del nostro popolo.”
L’Anziano accarezzò la sua collana di comando e continuò a squadrare Due-Teste-Parlanti. Un cipiglio gli increspò la fronte alta e bulbosa. Di colpo, guardò oltre e annaspò nel suo borsello.
Un piccolo applauso sgorgò dalla folla quando gettò loro una manciata di scintillanti gettoni di ferro, ritirandosi poi nel palanchino ad osservare la zuffa. Il Marine vide la gente rovistare nella polvere, raspando per gli spicci. Scosse la testa con disgusto mentre entrava nella taverna. Anche l’abitante del più degradato mondo formicaio avrebbe mostrato dignità maggiore della calca di fuori.
Il posto era pressoché vuoto. Due-Teste-Parlanti osservò il rozzo pavimento di terra ed i tavoli grezzi attorno ai quali bivaccava un gruppo di ubriachi sporchi e rumorosi. I muri erano ricoperti di figure appese che riprendevano l’icona stilizzata dalle quattro braccia, a guisa di una rozza stella. Fuori, in lontananza, udì il lungo, solitario gemito di un fischio a vapore.
Il taverniere era appoggiato sfrontatamente contro il bancone, la pancia premuta sulla sbarra. Due-Teste-Parlanti si diresse verso di lui. Come raggiunse il bancone, si rese conto di non possedere denaro. Il locandiere lo squadrò freddamente, sfregandosi con una zampa carnosa una guancia rubizza ed ispida di barba.
“Beh?” domandò perentorio. “Cosa vuoi ?”
Due-Teste-Parlanti fu sorpreso dalla scortesia dell’uomo. La gente del Popolo era sempre stata garbata. Valeva la pena mostrare cortesia quando una fazione offesa poteva colpirti con un’ascia di pietra. Incontrò lo sguardo fisso dell’uomo ed esercitò una porzione della sua volontà. Non incontrò resistenza dal debole spirito dell’uomo, ma ciò nonostante lo sforzo gli costò fatica.
L’albergatore tornò indietro, gli occhi bassi, e gli versò una bevanda da una bottiglia di creta, senza che gli fosse richiesto. Fuori dalla porta, un suono di passi. La porta s’aprì di schianto, e una torma di lavoratori tracimò dentro, muggendo ordini da bere.
Sia gli uomini che le donne erano caratterizzati da facce scarne ed esauste. Le loro mani e i piedi nudi erano mal ridotti, al pari dei loro abiti. Due-Teste-Parlanti immaginò che il turno di lavoro fosse finito. Prese il suo bicchiere e si sedette lontano, nell’angolo, ad osservare i lavoratori accasciarsi sulle sedie, ascoltando le loro apatiche maledizioni contro i supervisori e la mancanza di gettoni. Un gruppo cominciò a giocare a dadi in un angolo e prese a scommettere senza curarsi d’altro.
Dopo un po’, Due-Teste-Parlanti notò che la gente fluiva via da una porta sul retro della taverna. Si alzò e li seguì. Nessuno sembrò obiettare.
Entrò in una stanza scura e odorosa di grasso animale. Al centro c’era una fossa circondata da lavoratori che applaudivano e imprecavano. Due-Teste-Parlanti avanzò assorbito dalla folla. Raggiunse il ciglio della fossa e vide l’oggetto dell’attenzione comune.
Giù, due grosse donnole della Prateria combattevano strappandosi lunghe strisce di carne a vicenda mentre la sala urlava e scommetteva. Ciascuna aveva la dimensione di un uomo adulto e indossava un collare con spunzoni di metallo. Una aveva perso un occhio. Entrambe sanguinavano da dozzine di ferite.
Due-Teste-Parlanti era disgustato. Da giovane aveva cacciato le donnole, confrontando l’ascia di pietra con la loro astuzia feroce. Era stata una sfida nella quale un guerriero aveva rischiato la propria vita contro un avversario fiero e mortale. Non c’era sfida in quella ricreazione crudele. Era semplicemente uno sfogo per la sete di sangue di quei lavoratori stanchi e affamati.
Il Bibliotecario abbandonò la sala, lasciando i lavoratori al loro svago. Appena uscito, notò che una giacca blu era entrata nel locale e stava parlando con il barista. Uscendo dalla taverna vide che guardavano nella sua direzione. Si affrettò nella notte fumosa, avvertendo su di sé lo sguardo fisso di occhi alieni.
Corre-sulle-Nuvole contemplò i volti attorno al fuoco. Tutti aspettavano che iniziasse lui. Fece tre profondi respiri. Per una lunga tradizione, doveva essere il primo a parlare.
Un Consiglio di Guerrieri non era una discussione formale, dove le parole erano usate come armi per colpire un nemico. Era un’unione di esperienze, una narrazione di racconti. Le parole non dovevano avere bordi taglienti su cu impigliarsi rabbiosi. Scelse le proprie con attenzione.
“Quando io avevo dodici primavere,” cominciò, “dimoravo nella “Casa Gialla” fra i giovani del Clan. Doveva essere la mia ultima estate laggiù, perché stavo per prendere in sposa Cerva-Balzante, che era la più bella fanciulla del mio Clan.
“Spesso, i giovani parlavano dei Guerrieri del Cielo. Un centinaio di anni erano passati dalla loro ultima visita, e la Stella Rossa era visibile nel cielo. Il tempo del loro ritorno era prossimo.
“Artiglio-di-Falco, il nonno di mio nonno, era stato scelto e portato nel Regno degli Spiriti per servire il Grande Capo aldilà del Cielo. Grazie a lui, la mia Linea di Sangue aveva acquisito molto onore, nonostante avesse lasciato suo figlio senza padre e con il bisogno di fondare una nuova “casa lunga”.
“Alce-Argentea era un giovane con cui avevo gareggiato per la mano di Cerva-Balzante. Siccome lei aveva scelto me, lui mi odiava. Egli si vantava di come sarebbe stato eletto. Le sue parole erano sarcastiche, miravano a sminuire l’onore della mia famiglia. La Linea di Alce-Argentea non aveva Spiriti che avevano cavalcato l’Ala della Morte e si erano avventurati al di là del cielo.
“Io mi sentivo ferito e risposi al suo insulto. Gli dissi che, se le cose stavano così, significava che egli non aveva intenzione di scalare la Montagna del Fantasma e visitare la Residenza degli Antenati.”
Corre-sulle-Nuvole si fermò per un attimo, per lasciare che le sue parole attecchissero, per lasciare che i guerrieri si figurassero la scena. I ricordi erano freschi e chiari nella sua mente. Egli poteva quasi percepire il fumo acre del legno che permeava la “casa lunga” dei giovani e vedere le pellicce appese al soffitto.
“Questo era quello che Alce-Argentea voleva che dicessi. Egli sogghignò beffardo e replicò che sarebbe andato alla montagna, se qualcuno lo avesse accompagnato come testimone. Mi guardò fisso.”
“Così ero in trappola. Non potevo tirarmi indietro senza disonore. Dovevo andare, altrimenti avrebbe segnato un colpo a suo favore.
“Quando lo seppe, Cerva-Balzante mi supplicò di non andare, temendo che gli Spiriti potessero ghermirmi. Ella era la figlia dello Sciamano, e possedeva la Vista Stregata. Ma io ero giovane, con l’orgoglio e la pazzia di un giovane uomo, così le dissi di no. Vedendo che non potevo essere dissuaso, si tagliò una ciocca di capelli e la intrise di incantesimi, confezionando un amuleto che potesse farmi tornare sano e salvo a casa.
“C’erano tre giorni di viaggio dal Passo dei Cacciatori alla Montagna del Fantasma. La paura fu nostra costante compagna. Quel che era sembrato possibile nel tepore di una “casa lunga”, appariva terrificante nelle fredde notti di autunno, quando la luna era piena e gli Spiriti fluttuavano di albero in albero. Io credo che se uno di noi fosse stato da solo, sarebbe tornato indietro, perché era una cosa terribile avvicinarsi al luogo della Morte Irrequieta, di notte, con l’inverno alle porte.
“Ma non dovevamo mostrare paura, perché l’altro era testimone, e la nostra rivalità ci spingeva avanti. Nessuno voleva essere il primo a tornare indietro.
“La sera del terzo giorno c’imbattemmo nel primo Totem di avvertimento, coperto dai teschi di quelli che i Guerrieri del Cielo avevano giudicato e trovato carenti. Io volevo correre via, ma l’orgoglio mi spinse ancora avanti.
“Cominciammo la scalata. La notte era fredda e quieta. Delle cose frusciavano sottoterra, e la luna sogghignava lasciva come uno Spirito Stregato. Alberi nani s’incurvavano sul sentiero come fantasmi maligni. Proseguimmo la scalata finché arrivammo ad una vasta radura vuota, marchiata dal segno del Teschio Alato.
“Un senso di successo ci pervase e la nostra inimicizia fu, per il momento, sepolta. Eravamo in un posto che pochi uomini avevano mai veduto. Avevamo sfidato gli Spiriti ed eravamo ancora vivi. Ma ancora avevamo i nervi a fior di pelle.
“Non so che cosa pensai quando Alce-Argentea indicò verso l’alto. Udimmo un ululato come di un migliaio di fantasmi infuriati, e il fuoco illuminò il cielo. Forse pensai che lo Spirito aveva deciso di colpirmi per la mia presunzione. Forse ero così permeato dal terrore che non pensai a niente. So solo che rimasi paralizzato sul posto, mentre Alce-Argentea si voltava e correva via.
“Se ero stato spaventato prima, immaginate come mi sentii quando vidi la grande sagoma alata in lontananza e udii il rombo dell’Uccello di Tuono che si avvicinava. Immaginate il mio orrore quando vidi che era l’Ala della Morte in persona, destriero dell’Imperatore, selezionatore degli assassini, l’Alato Scheletro Predatore.
“Amaramente rimpiansi la mia follia. Non potevo muovermi per mettermi in salvo, e attesi che l’Ala della Morte mi trafiggesse con i suoi artigli e liberasse il mio Spirito.
“Fui sorpreso quando l’Uccello di Tuono si fermò sul terreno davanti a me e spense il suo rombo adirato. Ancora, non potevo correre via. Il suo becco si spalancò, rigurgitando la massiccia forma dall’armatura nera degli Eletti della Morte. Su ciascuno spallaccio, essi recavano l’icona della Lama Alata.
“Seppi allora di trovarmi nel Regno degli Spiriti, perché Artiglio-di-Falco, il nonno di mio nonno, stava presso di loro. Avevo veduto il suo viso scolpito sull’asta del tetto della “casa lunga” di famiglia. Sembrava vecchio e grigio e stanco, ma la rassomiglianza si coglieva ancora.
“Vedere una faccia così famigliare e così strana in quel posto terribile fu in qualche modo rassicurante. M’impedì di essere sopraffatto dalla paura. Meravigliato, camminai fin dinanzi a quel terribile, vecchio uomo brizzolato i cui lineamenti somigliavano così tanto ai miei.
“Per un interminabile momento egli semplicemente stette di fronte a me. Poi sorrise e cominciò a ridere. Mi strinse contro il suo pettorale corazzato e gridò che quello era un ritorno a casa fortunato. Sembrava felice di vedere me almeno quanto lo ero io di vedere lui.”
Corre-sulle-Nuvole fece una pausa, confrontando il ritorno del suo antenato con il proprio. Non c’era ilarità qui come con quei Marine molto tempo fa. Egli comprese ora quanto fosse stato contento il vecchio uomo nell’incontrare un viso familiare. Era contento lui, adesso, che Artiglio-di-Falco non fosse qui per contemplare la distruzione del suo popolo.
“Naturalmente io ero sopraffatto dall’emozione, lì al cospetto di quei guerrieri leggendari, a parlare col mio antico parente. Sapevo che erano tornati per scegliere i loro successori al servizio dell’Imperatore, e, dimentico d’ogni altra cosa, li supplicai di consentirmi di unirmi a loro.
“Il vecchio uomo mi fissò e mi chiese se avessi una qualche ragione per rimanere o un qualche motivo che potesse causarmi rimpianti. Io pensai a Cerva-Balzante, ed esitai, ma ero un giovane immaturo. Visioni di gloria e meraviglie oltre il cielo mi sommergevano. Che cosa sapevo sinceramente della vita? Ero chiamato a fare una scelta con la quale avrei dovuto convivere per secoli, ma allora non potevo saperlo.
“Ma il mio antenato sapeva. Vide la mia esitazione e mi disse che sarebbe stato meglio restare, in quel caso. Non avrei ottenuto niente di tutto quello, così insistei che mi sottoponessero alla prova.
“Mi legarono ad un tavolo d’acciaio e aprirono la mia carne con dei coltelli metallici. Io avevo sopportato il Rituale del Sole per provare il mio valore, ma non era stato niente a confronto del dolore che dovetti sopportare. Quando aprirono la mia carne, vi impiantarono cose che dissero potevano fondersi con essa e garantirmi il Potere dello Spirito.
“Per settimane, languii in una febbricitante agonia mentre il mio corpo mutava. I muri tremolavano e il mio spirito fuggiva sino al ciglio di un luogo gelido. Fin quando io vagai perduto e solo, uno dei Fratelli stette accanto a me recitando le Litanie Imperiali.
“In una visione, L’Imperatore venne verso di me, cavalcando l’Ala della Morte, il più possente di tutti gli Uccelli di Tuono. Era differente da quella che aveva sorretto la Casa dei Guerrieri del Cielo. Era una bestia di puro spirito, gli altri erano uccelli di metallo, dei totem fatti a sua immagine.
“L’Imperatore mi parlò, raccontandomi della grande lotta in atto su migliaia e migliaia di mondi. Mi mostrò le altre razze aliene, e il cuore segreto dell’universo, che è il Caos. Mi mostrò i poteri che guizzavano nel Warp e mi espose alle loro tentazioni. Vide che io resistevo. Sapevo che, se avessi ceduto, egli mi avrebbe distrutto.
“Alla fine mi svegliai, e seppi allora che il mio spirito apparteneva all’Imperatore. Avevo scelto di abbandonare il mio popolo, il mio mondo e la mia sposa per servirlo. Sapevo che la scelta era quella giusta.”
Corre-sulle-Nuvole gettò uno sguardo agli altri Terminator. Sperava di aver raccontato la storia bene abbastanza da catturare la loro mente di ascoltatori e da rammentare loro il proprio dovere verso l’Imperatore. Egli sperava di aver ricordato loro che tutti quanti avevano compiuto la medesima scelta, e che avrebbero una volta ancora preso la decisione giusta.
Scosse la testa e toccò l’amuleto dei capelli della sua promessa sposa, che portava ancora attorno al collo. Si chiese se avesse fatto la scelta giusta, anni addietro, se non avrebbe potuto essere più felice rimanendo accanto a Cerva-Balzante. La visione, limpida e audace, che lo aveva posseduto in gioventù era sbiadita e aveva perso il suo fascino dopo anni di guerra senza fine. Non le aveva mai detto addio, pensò, e questo in un certo senso era il pensiero più amaro.
Giudicò di aver influenzato molti dei Marine, ma quando Orso-Zoppo si sporse in avanti per parlare, comprese che il confronto era appena incominciato.
“Vorrei parlare dei Genestealer.” disse con calma il grosso uomo. “Vorrei parlare dei Genestealer, del loro terrore e della loro crudeltà ….”
Due-Teste-Parlanti vagava per le strade notturne. Sembravano vuote ora che i lavoratori erano tornati alle loro baracche. Una lieve brezza aveva preso a soffiare, spingendo granelli di cenere sulle strade, ripulendo un poco lo smog. Un amaro gusto di cenere gli impastava la bocca.
Passò vicino alle fabbriche dove giganteschi motori erano ancora in funzione. Il loro baccano riempiva l’aria. I pistoni andavano su e giù come le teste ciondolanti di dinosauri impazziti. Sapeva che non si sarebbero mai fermati.
Si diresse giù per una strada costeggiata da residenze lussuose, guidato da una sottile curiosità. Sentiva come se gli fossero stati mostrati i tasselli di un grosso mosaico: se solo avesse potuto localizzare l’ultimo frammento, avrebbe potuto ricomporre l’insieme.
Ciascuna residenza aveva cancelli di ferro battuto con inciso il simbolo del Gufo Notturno, del Puma e del Topo. Erano i Totem dei Clan delle Colline. Due-Teste-Parlanti si domandò se i capi di quella gente abitassero lì. Non gli era difficile credere che avessero potuto scendere a patti con chiunque avesse costruito la Città. Quella era gente che godeva di una sinistra reputazione.
Sentì la rabbia montargli dentro, scacciando il senso di confusione. La sua vita era stata privata del proprio significato. Il suo popolo era stato tradito. Il suo mondo gli era stato sottratto. Perfino gli Angeli Oscuri erano stati distrutti. Diecimila anni di tradizione finivano qui. Non esistevano più intrepidi cacciatori delle pianure da arruolare nei Guerrieri del Cielo.
Il Capitolo avrebbe potuto continuare, ma la sua eredità era stata distrutta – niente sarebbe stato più lo stesso. Due-Teste-Parlanti apparteneva all’ultima generazione di Marine reclutata dal Popolo delle Praterie. Non ce ne sarebbero stati altri.
Come si mosse oltre le residenze, sino al fiume inquinato, i suoi sensi stregati lo avvisarono che veniva seguito. Una parte di sé non si preoccupò, era benvenuto qualsiasi confronto con chiunque lo pedinasse. Da qualche parte, davanti a lui, risuonò un gemito di dolore.
“Non sappiamo da dove provengano.” disse Orso-Zoppo. “Nemmeno i Curators dell’Administratum lo sanno. Compaiono senza preavviso, trasportati dai possenti relitti spaziali che vagano tra le maree del Warp.”
Un brivido attraversò anche quei Terminator temprati. Corre-sulle-Nuvole vide lo sguardo di quelli che avevano affrontato i Genestealer rivolgersi all’interno. I loro volti riflettevano le lugubri memorie di quegli incontri.
Inconsciamente, essi si raddrizzarono e si guardarono nervosamente attorno. Per la prima volta, il Capitano si rese davvero conto che avrebbero affrontato i Genestealer, di nuovo. Fronteggiavano una minaccia che avrebbe potuto sterminarli.
“Sono nemici terribili: feroci, decisi, non conoscono pietà né paura. Non usano armi, forse perché non ne hanno bisogno. I loro artigli sono capaci di stracciare l’adamantium come fosse carta.
“Non usano armature. La loro scorza è così resistente che possono sopravvivere, per un tempo limitato, persino nel vuoto. Hanno l’aspetto di bestie, ma sono intelligenti e organizzati. Sono il più spaventoso nemico che i Marine abbiano affrontato sin dai tempi dell’Eresia di Horus.
“Come faccio a sapere queste cose? Io li ho combattuti, come altri qui tra noi.”
Corre-sulle-Nuvole rabbrividì, rammentando il tempo in cui avevano affrontato gli Stealer. Ricordava il loro aspetto chitinoso, le loro mandibole spalancate e le quattro chele laceranti. Cercò di non richiamare alla memoria la loro accecante velocità da insetti.
“Non è la temuta abilità guerriera che fa degli Stealer dei nemici tanto terribili. E’ qualcosa di diverso. Vi parlerò di questo.
“Centoventi anni fa, prima ancora che indossassi l’armatura Terminator, fui aggregato alla flotta che investigava sullo strano silenzio del Mondo Formicaio di Thranx.
“Il Governatore Imperiale non pagava i tributi da venti anni e l’Adeptus Terra aveva deciso che fosse necessario un gentile sollecito a proposito dei suoi sacrosanti doveri.
“La flotta arrivò, portando con sé distaccamenti di Angeli Oscuri, Lupi Siderali e Ultramarine, oltre ad un reggimento della Guardia Imperiale da Necromunda. La flotta si mise in posizione di sbarco e noi ci aspettammo una qualche forma di resistenza, una ribellione. Ma le postazioni orbitanti non ci bersagliarono e il Governatore ci parlò in tono amabile tramite la radio di bordo.
“Dichiarò che il loro mondo era rimasto isolato a causa di una tempesta Warp e di una scorreria degli Orki. Si scusò per il mancato versamento dei tributi e offrì immediata ammenda. Suggerì che l’Inquisitore Van Dam, che sovrintendeva la spedizione punitiva, sbarcasse ed accettasse il suo deferente omaggio.
“Noi naturalmente eravamo sospettosi, ma Van Dam suggerì che qualsiasi chance di riportare un mondo sotto l’egida Imperiale senza dispensare azioni militari andasse perlomeno valutata. Richiese una Guardia d’Onore degli Angeli Oscuri. Predisponemmo i nostri localizzatori di segnale e ci teletrasportammo nella Sala delle Udienze del Governatore.
“Thranx era un mondo rinchiuso nell’acciaio. I nativi non vedevamo mai il cielo. La Sala delle Udienze del Governatore era così vasta, tuttavia, che le nuvole si formavano sotto la sua volta e la pioggia cadeva sugli alberi che circondavano il Padiglione del Sovrano.
“Era una veduta che agitava il sangue. Lunghi ranghi di gendarmi fiancheggiavano la curva strada di metallo che conduceva al Padiglione. Il Padiglione stesso fluttuava su sospensori sopra un lago artificiale. Il Governatore sedeva su un trono ricavato da una singola perla da allevamento industriale, accompagnato da due meravigliose fanciulle cieche che formavano la sua corte telepatica. Egli ci diede il benvenuto, e mostrò il tributo.
“Fu condotto fuori dalla camera blindata da speciali schiavi allevati appositamente, eunuchi dalla pelle grigia con muscoli da Ogryn. Ciò nonostante, essi potevano a malapena trasportare gli scrigni. Si schierarono davanti a noi in una processione apparentemente senza fine, portando diamanti industriali, fucili intarsiati d’oro, armature di ceramite corazzata, smeraldi.
“Per tutto il tempo il governatore, Huac, c’intrattenne con un interminabile, ammaliante chiacchiericcio. Noi osservavamo, abbagliati e ingannati dalla sua voce melliflua e dalle sue maniere affabili. Come il lungo giorno procedeva, noi cominciavamo ad accettare che non vi fosse necessità di combattere, che avremmo potuto semplicemente accettare i tributi e tornare a casa.
“Le nostre menti erano piacevolmente annebbiate, e noi eravamo pronti ad accettare qualunque cosa il nostro grazioso ospite suggerisse, quando le grandi bare criogeniche furono portate fuori. Huac dichiarò che contenevano il suo più grande tesoro. Le accettammo senza pensare: fu la misura di quanto giacessimo sotto la sua influenza.
“Fu Due-Teste-Parlanti a dire di no. Si stagliò lì, per un momento, come un uomo confuso, prima di iniziare a cantare. Fu come se una ragnatela fosse sollevata dai nostri occhi. Finalmente vedemmo la trappola che era stata così subdolamente tesa.
“L’incantesimo del Magus, perché questo era Huac, fu disperso, e ci accorgemmo con orrore che eravamo in procinto di portare due bare di Genestealer indietro sulla nostra flotta. Cominciammo a capire che, per tutto il pomeriggio, le nostre menti erano state cullate dal lungo, lento svolgersi degli eventi, e che Huac aveva infiltrato scaltramente dei mistici viticci nelle nostre menti.
“Ancora, eravamo così plagiati che quasi protestammo quando Due-Teste-Parlanti crivellò Huac e le sue due telepati con il fuoco del fucile requiem. Solo il Dreadnought Vivente, Artiglio-di-Falco, si unì al fuoco. Reagimmo lentamente quando egli ci esortò a difenderci. Le guardie di Huac quasi ci fecero fuori.
“Ma noi eravamo Marine. Non appena aprirono il fuoco su di noi con i loro fucili laser, rispondemmo con i requiem, falciandoli via. Van Dam provò a prendere contatto con la flotta ma i comunicatori erano disturbati e non potevamo teletrasportarci via. Non c’era niente da fare. Avremmo dovuto aprirci la strada combattendo fino alla superficie del pianeta, nella speranza che una scialuppa da sbarco potesse condurci via.
“Sembrava che l’intero pianeta si fosse rivoltato contro di noi, e fu più o meno quello che accadde. Duecento di noi si aprirono la strada fuori dalla Sala delle Udienze. Fummo aggrediti da uomini armati, bambini disarmati e dalle loro madri. Si lanciavano contro di noi con ferocia pazzesca. Noi li mietevamo, ma essi non mostravano paura – solo una strana, empia esultanza. L’intero pianeta era stato infettato.
“Il nostro viaggio fino alla superficie fu un incubo. Combattemmo lungo oscuri corridoi, arrampicandoci lentamente su scale a pioli e attraverso strani boccaporti, non progettati per i Marine. Vidi Pugno-Acciaio cadere indietro da un boccaporto, decapitato. Van Dam lanciò un pugno di granate anticarro attraverso l’apertura e noi fummo ricoperti dai resti di un gigantesco Stealer.
“Mio Fratello Cielo-Rosso fu spinto a terra da un’ondata di bambini selvaggi con esplosivi nelle loro mani. Li fecero detonare quando brulicarono sul suo corpo. Non sopravvisse.
“Nei corridoi senza fine, per due volte fummo quasi soverchiati. Venimmo al corpo a corpo con gli Stealer purosangue. Venti dei nostri Fratelli furono falciati prima che l’Ascia Psionica di Due-Teste-Parlanti e la Spada Potenziata di Corre-sulle-Nuvole facessero pulizia.
“Fu mentre cercavo di proteggere l’ultimo boccaporto che persi l’uso della gamba. Uno Stealer lacerò il pavimento e mi afferrò, tentando di spingermi a terra. Io gli sparai convulsamente addosso. L’ultima cosa che ricordo è la sua orrenda, lubrica faccia nel momento in cui mi spinse giù davanti a lui. Tutto attorno c’era un gruppo di Thranxiani che colpiva e spingeva.
“Gli altri mi spiegarono cosa accadde in seguito, quando rinvenni nel settore medico della nave con una nuova gamba bionica. Due-Teste-Parlanti e Corre-sulle-Nuvole mi avevano strappato al nemico e mi avevano portato fin sul tetto di quel mondo, dove una scialuppa ci attendeva.
“C’era una cosa sola da fare: ordinare l’Exterminatus. L’intero posto fu sterilizzato dall’orbita con le bombe virali. In seguito, gli investigatori dell’Inquisizione accertarono che l’intero affare s’era scatenato solo sedici anni prima, quando un relitto spaziale non identificato aveva navigato attraverso il sistema.
“C’erano volute appena tre generazioni di Stealer per infettare l’intero mondo. Questo per il modo con cui si riproducono – trasformando la gente in incubatrici per la loro prole. Le loro vittime sopportano volentieri, a causa dei poteri ipnotici degli Stealer.
“Molte notti giacqui sveglio a domandarmi se sarebbe stato possibile salvare quel mondo, arrivando prima. Forse, se fossimo riusciti ad eliminare gli Stealer prima che il cancro si fosse radicato, non avremmo dovuto ordinare l’Exterminatus.”
Corre-sulle-Nuvole poteva vedere che i guerrieri erano stati influenzati e incolleriti dal racconto di Orso-Zoppo. Poteva spiegargli che quelli consideravano il loro Popolo alla stregua di una scorta procreatrice e che c’era la possibilità che, con un’azione rapida, avrebbero potuto prevenire tutto ciò.
“Lasciaci andare.“ disse Donnola-Feroce , balzando in piedi. “Lasciaci entrare nella città e uccidere la progenie degli Stealer.”
Diversi altri guerrieri si mossero per accompagnarlo.
“Aspettate.” disse Luna-Sanguinante. “Il Consiglio non è terminato ed io voglio parlare…”
Collera e impazienza guidarono Due-Teste-Parlanti fino alla fonte del lamento. Sulle banchine del fiume, all’ombra di una fabbrica mostruosa, vide un gruppo di giacche blu che aveva spinto un vecchio contro un muro per picchiarlo metodicamente a morte con i manganelli. Uno di loro reggeva una lanterna e proferiva ogni tanto un ordine preciso, senza scomporsi.
“Parla, sciocco sedizioso.” disse uno sbirro. Il suo colpo terminò con un rumore di costole rotte. Il vecchio mugolò e cadde sulle ginocchia. Le altre giacche blu sghignazzarono.
“Predichi l’eresia contro il Culto Imperiale e i Guerrieri del Cielo, eh? Perché lo fai, vecchio pazzo? Per l’Imperatore, pensavamo d’aver preso anche l’ultimo di voi.”
La loro vittima li fissò dal basso. “Tu sei nel falso. I Guerrieri del Cielo non avrebbero mai costruito questo posto per rinchiuderci dentro, come un branco di alci al macello. Neanche avrebbero distrutto i Cumuli Funebri del nostro popolo. I vostri signori sono spiriti malvagi evocati dai Clan delle Colline, non veri Guerrieri del Cielo. L’Ala della Morte tornerà e li farà a pezzi.”
“Silenzio, blasfemo senza nome.” disse il capo delle giacche blu. “Vuoi davvero mettere alla prova il tuo coraggio? Forse dovremmo riprendere la vecchia Via, ubriacone, e praticare su di te il Rituale del Sole.”
Il vecchio uomo tossì sangue. “Fai quello che vuoi. Io sono Stella-del-Mattino della linea di Cerva-Balzante e Alce-Argentea. Posseggo la Vista Stregata. Vi dico che gli Spiriti camminano tra noi. Potenze ancestrali calcano la terra. La Stella Rossa risplende nel cielo. Il tempo della battaglia è ormai prossimo.”
“E’ per questo che hai cominciato a pontificare questa notte? Io penso che gli unici spiriti che ti abbiano parlato provengano dalla bottiglia.” disse un’altra giacca blu, calciando Stella-del-Mattino nelle costole. Il vecchio mugolò di nuovo. Due-Teste-Parlanti avanzò nella nebbia, fino ad emergere alla luce della lanterna.
Il leader delle giacche blu lo apostrofò: “Sparisci, ragazzino. Questo è affare dei Guerrieri della “casa lunga”. Vattene via, se non vuoi unirti a questo ubriacone nel fiume.”
“Voi disonorate il principio dei Guerrieri della casa lunga.” Disse serafico Due-Teste-Parlanti. “Andate via adesso, e vi risparmierò la vita. Lasciate anche solo un battito al mio cuore e vi garantisco la morte.”
Il vecchio lo fissò con soggezione. Due-Teste-Parlanti poté scorgere il tatuaggio del teschio alato da Sciamano sulla sua fronte. Qualche sbirro rise. Qualcun altro, più saggio, percepì la sottile minaccia nella voce del Marine e indietreggiò.
Il capo indicò alle giacche blu di attaccare. “Prendetelo!”
Due-Teste-Parlanti parò il colpo violento di un manganello con l’avambraccio. Ci fu un tintinnio metallico quando il randello si spezzò. Frantumò il naso dello sbirro contro l’impugnatura della sua Ascia Psionica, poi si girò lesto, spingendola nello stomaco di un’altra giacca blu con forza disumana. Come l’uomo si piegò su se stesso, il Bibliotecario lo colpì al collo, spezzandoglielo.
Le giacche blu gli sciamarono addosso. I loro manganelli erano inutili quanto ramoscelli contro un orso. Qualcuno cercò di afferrargli le braccia per immobilizzarlo. Si svincolò con facilità, distribuendo colpi mortali con l’arma e con i gomiti. Quando andava a segno, gli uomini morivano.
Mentre la brama del combattimento calava su di lui, sentì gli Spiriti di protezione che lo abbandonavano. Sapeva di stare rivelando il suo vero aspetto. L’ultima delle giacche blu si voltò per scappare. Due-Teste-Parlanti gli agganciò il collo con un braccio e torse. Vi fu un rumore di vertebre frantumate.
Il vecchio lo fissò con religiosa intensità. “Gli Spiriti hanno detto il vero.” disse, anche se non poteva ancora crederci. Si mise in piedi e lo toccò, per assicurarsi che fosse reale.
“Siete alfine giunti a liberare il Popolo dalle catene del falso imperatore e guidarlo di nuovo sulle Praterie. Qual è il tuo nome, Guerriero del Cielo?”
“Nella mia giovinezza io fui Due-Teste-Parlanti, apprendista sciamano di Spirito-del-Falco. Quando entrai al servizio del Vero Imperatore, presi il nome di Lucian.” Poteva vedere le lacrime scorrere sulle guance piagate del vecchio.
“Dimmi, vecchio, cos’è accaduto alla nostra gente? Come sono potuti cadere così in basso?”
“Tutto ebbe inizio quando io ero ancora un ragazzo.” disse Stella-del-Mattino, pulendosi la faccia. “Una notte d’estate il cielo bruciò, e vi fu un immenso ruggito. Una scia di fuoco solcò il cielo, e poi udimmo un’esplosione. Dove ci troviamo adesso si era creato un grosso cratere e nel mezzo, là dove sorge il Tempio dell’Imperatore dalle Quattro Braccia, trovammo una grossa pila di metallo, rossa dal calore.
“Qualcuno disse che i Guerrieri del Cielo erano tornati, che il ruggito era la voce del loro Uccello di Tuono. Gli Sciamani sapevano che questo non poteva essere, perché l’Ala della Morte ritorna solo una volta ogni centinaio di anni, in autunno, e ne erano trascorsi solo cinquanta dall’ultima volta che la Stella Rossa era stata avvistata.
“Ne fummo compiaciuti, perché pensammo che avremmo potuto cavalcare l’Ala della Morte. Molti di noi avevano sempre pensato che sarebbero stati vecchi alla successiva venuta dei Guerrieri del Cielo.
“Ma quelli che incontrarono i nostri capi non erano i Guerrieri Corazzati delle Leggende. Erano pallidi ed emaciati e dichiararono di essere venuti per conto dell’Imperatore per insegnarci a edificare un Paradiso Terrestre. Predicavano le virtù della tolleranza e dell’amore fraterno e la fine di tutte le guerre. I capi li mandarono via, e fu un errore, perché quando le loro melense parole non fecero presa, provarono con la forza delle braccia. Si allearono con i Clan delle Colline e diedero loro lame di metallo contro cui le nostre armi non potevano opporsi.
“Di conseguenza, i Clan furono obbligati a commerciare per avere le nuove armi e contrastare i nemici. Si narrarono racconti sugli Spiriti Stregati con quattro braccia e terribili chele che distruggevano i nostri guerrieri. Presto gli impostori ottennero il dominio delle Praterie, prendendo schiavi e distruggendo brutalmente quelli che si opponevano loro.
“Poi venne la costruzione di questa grande città. Usarono il lavoro degli schiavi e pagarono gli uomini liberi con gettoni di scambio.”
Improvvisamente, gli occhi del vecchio si dilatarono con orrore. Stava guardando oltre Due-Teste-Parlanti, nella notte. Il Bibliotecario si voltò e dalla nebbia emersero delle figure.
Uno era l’uomo grasso che poco prima viaggiava sul palanchino. Ai suoi fianchi, due possenti figure con quattro braccia. Il loro carapace scintillava oleoso. Sollevarono larghe chele, che brillarono nella luce della luna.
“Ti avremmo raccontato noi tutto questo, se solo tu ce lo avessi chiesto.” disse l’uomo grasso, fissando Due-Teste-Parlanti con occhi scuri e magnetici.
Il Bibliotecario fletté le dita e la sua Ascia Psionica trasmise un canto di morte alle sue mani.