“Deathwing”: un racconto di William King – Parte 3

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Chiudiamo questa parentesi in onore di William King con la terza e ultima parte del suo racconto! Potete trovare qui la prima parte e qui la seconda!

“Fu al tempo del Capitano Aradiel, un centinaio di estati fa.” disse Luna-Sanguinante. “Noi eravamo imbarcati sulla nave da battaglia Angelus Morte, a perlustrare i confini del settore, quando gli allarmi riecheggiarono. Le sonde dei sensori indicavano che un relitto spaziale era sbucato fuori dal Warp dalle nostre parti. Scansioni approfondite non rivelarono nulla. Ricevemmo l’ordine di indagare.
“Ci rannicchiammo nelle torpedini da sbarco e fummo sparati sul relitto. Era tutto buio e mancava l’energia quando sbarcammo, così accendemmo le luci degli elmetti e cominciammo a stabilire un perimetro di sicurezza. Non incontrammo alcuna resistenza ma, in conformità agli standard delle procedure operative, ci muovemmo con estrema cautela.
“Identificammo il relitto come la Prigione delle Anime Perdute, un nome appropriato per quello che accadde in seguito. Ci muovemmo nervosamente attraverso i corridoi bui, perché la contaminazione del Warp ancora gravava sulla nave. Non fu facile.
“Dapprincipio non vi furono segnali di pericolo. Poi c’imbattemmo nei corpi di alcuni Lupi Siderali. Erano stati crivellati dal fuoco di fucili requiem. Non potemmo stabilire da quanto tempo giacessero lì – magari fin dall’ultima volta che il relitto era entrato nello spazio reale. Potevano essere dieci anni o diecimila – non lo sapevamo. Le maree del Warp sono imprevedibili e il tempo, là, scorre in maniera strana.
“Il Fratello Sergente Conrad ci ordinò di stare all’erta. Poi accadde una cosa orribile. Il cadavere di un Lupo Siderale si raddrizzò seduto, gli occhi che risplendevano cremisi. ‘Voi siete condannati.’ ci disse. ‘Tutti voi morirete così come sono morto io’. Lo falciammo con il fuoco delle nostre armi, ma ancora il suo orribile bisbiglio echeggiava nelle nostre menti.
“Cominciammo a tornare indietro. Tutto attorno a noi, i ‘blip’ apparirono improvvisamente sui nostri sensori. Correvano paralleli a noi, cercando di tagliarci fuori dalle torpedini da sbarco.
“Alle intersezioni dei corridoi potemmo scorgere delle figure in armatura. Scambiammo qualche colpo con loro. Ne centrai uno e udii il suo grido nei comunicatori. Usavano le nostre medesime frequenze di trasmissione. Quando ce ne rendemmo conto, ci si gelò il sangue nelle vene. Ci domandammo: possono mai essere Marine?
“Non dovemmo attendere a lungo per una risposta. Essi sciamarono dinanzi a noi in una vasta ondata. Indossavano l’armatura da Marine, ma erano orribilmente mutati. Alcuni impugnavano requiem arrugginiti con dei tentacoli al posto delle mani. Altri avevano delle facce umide, verdi e viscide come quelle dei rospi. Altri ancora possedevano artigli e diverse paia di braccia o gambe. Qualcuno si trascinava, lasciando dietro di sé una scia di muco.
“Il marchio del Caos era su di loro. Essi urlavano il nome di Horus e di quelle Potenze che è meglio tacere. Noi li riconoscemmo – erano Rinnegati, sopravvissuti all’Era dell’Eresia, che avevano stretto accordi con il Caos in cambio della vita eterna. Il combattimento si fece duro e serrato. Loro godevano del peso del numero, ma noi avevamo le nostre armature Terminator e la forza della Giustizia.
“Per un momento sembrò che potessero sopraffarci, ma poi entrarono in azione i nostri Martelli Tuono e gli Artigli del Fulmine e li massacrammo inesorabilmente. Combatterono come demoni e avevano la forza dei dannati, ma fummo noi a vincere.
“Ero in piedi che guardavo il corpo del mio ultimo nemico, e un pensiero sorse in me: questo uomo era stato, una volta, un Marine come me. Aveva ricevuto il mio stesso addestramento e il mio stesso indottrinamento. Aveva giurato di servire l’Imperatore. Eppure aveva tradito l’Umanità. Come poteva essere successo?
“Come aveva potuto un vero Marine diventare spergiuro? Sembrava inverosimile che egli avesse improvvisamente voltato le spalle al cammino della Vita per patteggiare con l’Oscurità. Che cosa mai aveva potuto offrirgli il Caos?
“Ricchezza? Noi non abbiamo interesse per i ninnoli che gli altri uomini agognano; noi già possediamo il meglio di ogni cosa che un uomo può desiderare. Gratificazione sensuale? Noi siamo consci della sua natura transitoria. Potere? Noi conosciamo il vero potere, che è il volere dell’Imperatore. Chi tra noi può eguagliare il suo sacrificio?
“No. In piedi davanti a quel corpo finalmente ho capito. Essi deviarono non in un balzo solo, ma passo dopo passo, progressivamente.
“Prima cominciarono a credere ciecamente nel loro Signore della Guerra. Un passo semplice: non era forse Horus il Campione dei Campioni dell’Imperatore?
“Poi cominciarono a seguirlo. Perché no? Un soldato segue il suo comandante.
“Poi giunsero a credere che Horus fosse un dio. Un facile errore. Non era forse il grande Eretico uno dei Primarchi della Prima Fondazione, a cui furono donati poteri divini inferiori soltanto a quelli dell’Imperatore in persona?
“Così egli smarrì il Sentiero della Verità, fino a quando perse sia la vita che l’anima. E’ un percorso che si offre a tutti noi, un piccolo errore conduce al successivo, fino a quando, in ultimo, il Grande Errore è compiuto. A questa conclusione giunsi esaminando il corpo del Rinnegato a bordo della Prigione delle Anime Perdute. Io decisi, allora e per sempre, di sottomettermi al volere dell’Imperatore. Sapevo che tutti i nostri regolamenti e i nostri codici hanno uno scopo, e non sta a noi discuterli, perché ci tengono lontani dal Sentiero della Deviazione.”
Attorno al fuoco cadde il silenzio. Corre-sulle-Nuvole pensava che le parole di Luna-Sanguinante avessero toccato un argomento delicato per i Marine. Guardò dentro di sé, con un esame di coscienza, in cerca dei sintomi dell’eresia. Le implicazioni del racconto di Luna-Sanguinante erano piuttosto chiare: se loro fossero venuti meno al servizio dell’Imperatore, quello sarebbe stato il primo passo sulla strada della dannazione. Aveva anche rammentato loro che essi erano Marine, i Prescelti dell’Imperatore. Se non avessero loro tenuta salda la Fede, chi mai avrebbe potuto farlo?
Per lungo tempo, tutto fu tranquillo. Poi Donnola-Feroce indicò che desiderava parlare.
“Parlerò della morte.” disse. “La morte degli uomini e la morte dei mondi…”
Due-Teste-Parlanti percepì l’impatto della volontà del Magus come un affondo fisico. I grandi occhi scuri sembrarono allargarsi, farsi voragini senza fondo in cui il Bibliotecario precipitava. Ai suoi piedi, Stella-del-Mattino piagnucolava.
Con uno strappo, il Marine ruppe il contatto mentale, ringraziando che l’armatura da Bibliotecario fosse equipaggiata con una Calotta Psionica. Il Magus era forte, e Due-Teste-Parlanti alquanto stanco.
Gli Stealer gli si avventarono contro. Il Bibliotecario spianò il requiem d’assalto ed esplose una salva di proiettili incandescenti. I traccianti squarciarono la notte. Il primo Genestealer fu ridotto a brandelli dai proiettili pesanti. L’altro schivò con velocità inumana.
Stella-del-Mattino si frappose tra il Bibliotecario e il suo assalitore. Un artiglio lo colse di striscio e il corpo del vecchio uomo fu tranciato in due. Due-Teste-Parlanti colpì con la sua ascia, deciso a picchiare duro, e la sua lama bruciò gelida quando trapassò il collo dello Stealer. Saltò all’indietro per evitare l’ultimo micidiale colpo portato di riflesso della bestia.
Il Magus scoppiò in una risata. “Non puoi scappare. Perché combattere?”
Il grasso uomo si concentrò e un alone di forza si materializzò attorno alla sua testa. Il Bibliotecario fece fuoco ma una forza misteriosa intercettò i proiettili, facendoli esplodere senza danni a pochi passi dall’obiettivo.
Due-Teste-Parlanti avanzò, oscillando l’ascia. Sentì il proprio potere nascere in lui quando la lama piombò sul bersaglio. Qualcosa arrestò il colpo a un palmo dalla testa del Magus. Grandi muscoli si gonfiarono sotto la sua armatura mentre spingeva ancora il colpo. I servomotori stridettero mentre univano la loro forza alla sua.
Lentamente, inesorabilmente, il Marine forzò la lama contro il suo nemico. Il sudore corse giù dalla fronte del grasso uomo, teso dalla concentrazione. Un lampo di paura gli attraversò il viso. Non poteva salvarsi, e lo sapeva.
Strillò quando la sua concentrazione venne meno. L’Ascia Psionica lo tagliò dalla testa all’inguine. Due-Teste-Parlanti udì l’urlo psichico di morte del Magus che riverberava nella notte. Avvertì centinaia di menti che rispondevano. In lontananza, attraverso la ferale cortina di nebbia, udì il rumore delle aberrazioni che si avvicinavano.
Sapendo che la sua sola possibilità di sopravvivenza stava in una pronta fuga, Due-Teste-Parlanti si voltò e cominciò a correre.
“Il nostro mondo è morto.” disse Donnola-Feroce . Qualche Marine brontolò che egli aveva avuto un avvio troppo diretto, invece di seguire il rituale. Lì zittì con un breve, nervoso gesto della sua mano destra. Quando parlò di nuovo, il suo tono era caustico e selvaggio.
“Il rituale è un inganno. Proviene da un tempo che è ormai finito. Perché fingere altrimenti? Potreste voler illudere voi stessi insistendo con i vecchi metodi, ma io non lo farò.
“Voi potete parlare per parabole della nostra fedeltà verso l’Imperatore, dell’orrore degli Stealer e della natura della Dannazione. Io scelgo di parlare della Verità.
“Il nostro popolo è morto o schiavizzato, e noi ce ne stiamo qui seduti come vecchie comari a chiederci cosa fare. Siamo forse vittime di un incantesimo? Quando mai siamo stati così indecisi? Un vero guerriero non ha scelta in questi casi. Dobbiamo vendicare la nostra gente. Le nostre armi devono assaggiare il sangue del nemico. Non farlo equivarrebbe a scegliere la Via del Codardo.”
“Ma se falliamo …” cominciò Luna-Sanguinante.
“Se falliamo, così sia. Per cosa dovremmo vivere? Quante estati ci separano dalla morte o dall’essere rinchiusi nel freddo corpo di metallo di un Dreadnought Vivente?”
Egli rimase in silenzio a scrutare il fuoco. Con sorpresa di Corre-sulle-Nuvole, guardò in basso e la furia lo abbandonò.
“Sono vecchio.” disse pacato. “Un vecchio uomo stanco. Ho veduto più di duecento estati. In poco tempo morirò, in ogni caso. Speravo di poter contemplare ancora la mia discendenza prima di allora, ma non sarà così. E’ questo il mio unico rimpianto.”
Corre-sulle-Nuvole poteva vedere il logorio in lui, ne avvertiva il riflesso nella propria mente. Ciascun uomo attorno al fuoco aveva servito l’Imperatore per secoli, la loro longevità derivava dai processi che li avevano trasformati in Marine.
“Se io fossi rimasto con il nostro Popolo,” disse Donnola-Feroce , “adesso sarei già morto. Ho scelto un’altra strada ed ho vissuto a lungo – forse più a lungo di quanto un mortale dovrebbe.
“E’ tempo di finire. Dove meglio che qui, sul nostro mondo natale, fra le ossa della nostra razza? I giorni del Popolo delle Praterie sono trascorsi. Noi possiamo vendicarli, e possiamo riunirci a loro. Se cadremo combattendo, avremo avuto una morte da guerrieri. Desidero morire come sono vissuto: armi in pugno e nemici dinanzi.
“Io credo che questo sia quello che noi tutti vogliamo. Lasciatecelo fare.”
Tutto era silenzio a parte il crepitio del fuoco. Corre-sulle-Nuvole guardò ognuno di loro in faccia e vide che ciascuna recava impressa l’ombra della morte. Donnola-Feroce aveva esternato quello che loro tutti avevano provato fin dalla prima visita alle “case lunghe” distrutte. Erano divenuti spettri, camminando fra le rovine dei giorni andati.
Non era stato lasciato altro per loro, salvo i ricordi. Se fossero partiti ora, tutto quello che gli sarebbe rimasto sarebbe stata la vecchiaia e una morte inevitabile. In questo modo, almeno, la loro fine avrebbe avuto un senso.
“Io dico andiamo. Se il contagio non è troppo radicato, possiamo liberare qualche sopravvissuto.” disse Orso-Zoppo. Corre-sulle-Nuvole guardò Luna-Sanguinante.
“Trasmetti all’Ala Della Morte l’ordine di virus-bombardare il pianeta, se dovessimo fallire.” disse. Il resto dei guerrieri protese il pugno destro in avanti, in segno d’ assenso. Tutti lo osservavano, in attesa di quello che avrebbe detto. Egli sentì una volta ancora che il peso del comando ricadeva su di lui. Considerò le “case lunghe” distrutte, compreso il proprio, perso per sempre, e soppesò entrambi contro il suo dovere Imperiale. Niente avrebbe potuto far tornare il Popolo delle Praterie, ma forse avrebbero potuto salvare la loro discendenza.
Ma non era tutto lì, realizzò. Voleva la soddisfazione di incontrare i suoi nemici faccia a faccia. Era infuriato. Voleva vedere gli Stealer soffrire per quello che avevano fatto, e voleva essere presente in quel momento. Voleva vendetta per sé e per la sua gente. Dopotutto era semplice. Una decisione simile non era corretta per un ufficiale Imperiale, ma era la Via del suo Clan. Alla fine, con sorpresa, scoprì dove era riposta la sua vera lealtà.
“Io dico combattiamo.” disse infine. “Ma combattiamo come Guerrieri del Popolo. Questa battaglia non è per l’Imperatore. E’ per i nostri Clan massacrati. La nostra ultima battaglia sarà combattuta in accordo ai nostri antichi costumi. Sia celebrato dunque il rito dell’Ala della Morte.”

Due-Teste-Parlanti corse per salvarsi la vita. Attraverso le strade buie, da solo, con i Genestealer alle calcagna, agili e mortali. Sentiva la loro presenza tutto attorno.
Balzò oltre una pila d’immondizia che si trovava sulla sua strada e svoltò ad un angolo verso la strada principale. Due lavoratori tirarono fuori le teste da un uscio per vedere cosa stava succedendo. Subito rientrarono.
Due-Teste-Parlanti correva stremato. Il cuore gli martellava nel petto ed aveva il respiro corto. Lo sforzo per mantenere l’incantesimo di camuffamento così a lungo aveva drenato la sua forza. Si chiese ancora per quanto avrebbe potuto mantenere quella andatura.
Azzardò un’occhiata sopra lo spallaccio. Un Genestealer aveva appena svoltato l’angolo. Gli sparò, ma la mira gli fece difetto e lo Stealer si nascose indietro, nell’ombra.
Avvertendo il pericolo alle spalle, si girò. Uno Stealer balzò fuori da una porta nascosta. Ebbe appena il tempo di estrarre l’Ascia Psionica prima che attaccasse. Tenne la lama davanti a sé, piantandola nel torace del mostro. L’impeto della carica lo rovesciò comunque a terra. Un artiglio gli lacerò un braccio, facendoglielo bruciare dolorosamente. Se il suo colpo non fosse stato piazzato bene, rifletté, avrebbe potuto essere già morto.
Ignorando il dolore, ruotò sulla schiena. Scoccò un rapido sguardo ai suoi inseguitori che caricavano. Premette il grilletto del requiem e cucì una linea di fuoco sui loro toraci. La potenza dell’armatura gli permise di disfarsi facilmente della carcassa del suo assalitore. Proseguì per la sua strada.
Non più per molto, pensò, sforzandosi di mantenere la distanza. Poteva ormai vedere le mura massicce spuntare da sopra gli edifici vicini. Recitò un incantesimo per liberare la mente dal dolore e si lanciò verso i cancelli d’uscita.
Il suo cuore affondò quando vide cosa lo aspettava – una massa di gibbose facce maligne dai piccoli occhi scuri. Alcuni brandivano arcaiche armi ad energia. Qualcuno impugnava lame nelle sue tre mani. Su di loro torreggiavano i Genestealer di razza pura, gli artigli che si flettevano minacciosi. Due-Teste-Parlanti si arrestò di fronte i suoi nemici.
Per un momento si guardarono negli occhi in rispettoso silenzio. Il Bibliotecario raccomandò il suo spirito all’Imperatore. Presto l’Ala della Morte sarebbe giunta a portarlo via. Il suo requiem era quasi scarico. Con la sua sola Ascia Psionica, sapeva di non poterli fronteggiare per molto.
Come in risposta ad un tacito segnale, i Genestealer e la loro nidiata attaccarono all’unisono. Un colpo d’arma ad energia s’infranse contro l’armatura Terminator, fondendo uno dei teschi sulla piastra toracica. Digrignò i denti e rispose al fuoco, seminando morte. Vi fu un sordo ‘click’ quando il suo requiem d’assalto s’inceppò. Non aveva tempo per rimetterlo in funzione, così caricò i suoi nemici, intonando il suo Canto di Morte.
Si scagliò contro un mare di corpi che premeva contro di lui, colpendolo con lame e artigli laceranti. Evocò le ultime riserve della sua volontà per alimentare l’Ascia Psionica e la roteò in un ampio duplice arco. Mozzò teste e arti con vigore, ma per ogni nemico che cadeva un altro ne prendeva il posto. Non poteva evitare tutti i loro colpi e presto cominciò a sanguinare da una quantità di ferite profonde.
La vita gli sfuggiva e in alto credé di sentire il battito di ali possenti. L’Ala della Morte è arrivata, pensò, un attimo prima che un colpo lo raggiungesse alla testa e lui perdesse conoscenza.
Corre-sulle-Nuvole indugiò per un attimo, prima di passare la pittura sulla propria insegna personale della Nuvola e del Tuono sullo spallaccio destro dell’armatura. Si sentì mutare. Oscurando le insegne Imperiali, oscurava una parte di sé, tagliandosi fuori da una parte della sua stessa storia. Lentamente cominciò a incidere un nuovo totem sull’armatura, il marchio della Vendetta e della Morte. Nel farlo, sentì i poteri degli spiriti del Totem penetrare in lui.
Guardò Donnola-Feroce . Lo scarno uomo aveva appena finito di ricoprire tutte le icone sulla propria armatura. Era adesso bianca, il colore della morte, tranne che sullo spallaccio sinistro, dove il teschio era stato lasciato intatto. Sembrava appropriato.
Eseguivano un rituale che risaliva ai tempi antichi, prima che l’Imperatore fosse venuto a domare gli Uccelli di Tuono. Una sola volta in precedenza Corre-sulle-Nuvole l’aveva visto celebrare. Da fanciullo, aveva visto un gruppo di vecchi guerrieri, votati alla vendetta, dipingersi il corpo di bianco e andare alla ricerca di un’orda di predoni dei Clan delle Colline che aveva ucciso un bambino. Avevano pitturato i loro corpi con il colore del funerale perché non si aspettavano di fare ritorno dal confronto con un nemico così preponderante.
Luna-Sanguinante lo guardò da sopra il fuoco e gli dedicò un debole sorriso. Corre-sulle-Nuvole gli si avvicinò.
“Sei pronto, vecchio amico mio?” chiese. Luna-Sanguinante annuì. Corre-sulle-Nuvole si curvò sul fuoco e affondò le mani nella cenere. Schiacciò le palme, con le dita unite, contro la faccia, ad imprimere il segno dell’Ala della Morte su ciascuna guancia.
“Vorrei che Due-Teste-Parlanti facesse ritorno.” disse Luna-Sanguinante, ripetendo il gesto di Corre-sulle-Nuvole.
“Egli potrebbe ancora sorprenderti.”
Luna-Sanguinante lo guardò dubbioso. Corre-sulle-Nuvole fece segno a tutti di avvicinarsi. Formarono un cerchio attorno al fuoco morente. Uno alla volta, cominciarono a recitare i loro Canti di Morte.
Pure mentre lo trascinavano attraverso i lunghi corridoi d’acciaio, Due-Teste-Parlanti sapeva di stare morendo. La vita sfuggiva via dalle sue ferite. Con ogni goccia del suo sangue che spillava sui suoi portatori, egli diventava più debole.
Gli sembrò di vagare in una specie di sogno maligno, quasi fosse rinato negli oscuri tunnel debolmente rischiarati dalle gobbe, demoniache figure della prole Genestealer. Il Bibliotecario osservava tutto ciò attraverso una nebbia di dolore, meravigliandosi di essere ancora vivo. Una parte della sua mente comprese di trovarsi all’interno di un qualche vascello che aveva trasportato la progenie dei Genestealer sul suo mondo natale.
L’agonia si moltiplicò in lui quando uno dei suoi portatori lo scosse lievemente. Gli ci volle tutta la forza di volontà per non gridare. Fecero il loro ingresso in una lunga sala dove una curva, spaventosa figura li attendeva. Fu deposto sul pavimento di fronte alla bestia, che piegò la sua testa da una parte all’altra, studiandolo.
Le lacrime scivolarono sulla faccia del Bibliotecario per l’agonia quando si sforzò di alzarsi in piedi. I Genestealer di guardia gli si avvicinarono, ma la gigantesca creatura li fulminò col lo sguardo e loro s’immobilizzarono.
Due-Teste-Parlanti vacillò in piedi, conscio di trovarsi al cospetto del Patriarca dei Genestealer. Aveva udito leggende oscure su queste entità, i progenitori dell’intera nidiata, i più vecchi della loro linea.
Fissò il nemico negli occhi. Sentì una scossa elettrica che gli attraversava l’intero corpo quando le loro menti vennero in contatto. Il Bibliotecario si trovava a fronteggiare un nemico atavico, implacabile e mortale. La sua mente si ritirò sotto l’attacco della feroce volontà aliena. Sentì il bisogno di inginocchiarsi, di rendere omaggio a quell’essere antico. Egli sapeva che era degno del suo rispetto.
Riuscì a controllarsi a fatica. Rammentò a se stesso che quella creatura aveva distrutto il suo popolo. Fece per scagliarglisi addosso, per vibrare un colpo mortale con il suo braccio sano. Scattò, ma le sue gambe cedettero, e il Patriarca lo afferrò facilmente, quasi con gentilezza, e lo tenne a bada con le sue chele. Il lungo ovopositore sulla sua lingua schioccò fuori, ma non lo toccò.
Improvvisamente, si trovò ingaggiato in un’accanita lotta psichica. Viticci di pensieri alieni s’insinuarono nella sua mente. Li bloccò, amputandoli con le lame del suo odio. Contrattaccò con uno strale psichico, ma fu osteggiato da una volontà antica che sembrava refrattaria alle influenze esterne.
Il Patriarca esercitò i suoi poteri in tutta la loro pienezza e Due-Teste-Parlanti sentì le proprie difese cedere sotto la terrificante pressione. Il potere freddo e concentrato del Genestealer era enorme. Anche nel pieno delle energie, Due-Teste-Parlanti dubitava che sarebbe stato in grado di affrontarlo. Ora, con la forza sbiadita dalle ferite, esausto per i combattimenti precedenti, non poteva opporre alcuna resistenza.
I suoi schermi esterni caddero e il Patriarca fu all’interno della sua mente, rovistando tra le sue memorie, assorbendole tutte. Per un attimo, durante il quale il nemico si trovò disorientato, Due-Teste-Parlanti tentò un affondo psichico. Lo Stealer lo deviò facilmente, ma per un momento le loro menti furono in contatto.
Bizzarre memorie ed emozioni aliene piovvero sul Bibliotecario, minacciando di affogarlo. Vide il passato del Patriarca diffondersi tutto intorno. Vide il lungo viaggio che lo aveva condotto attraverso mondi saccheggiati, vide molti figli caduti. Vide il Mondo Formicaio da cui l’alieno era fuggito con una nave veloce, poco prima che cadessero le bombe virali.
Con uno shock realizzò di essere stato lì lui stesso – su Thranx – e che quella creatura ne era cosciente: aveva riconosciuto la sua aura. Vide la nave spaziale, crivellata dai colpi dell’incrociatore Imperiale, riuscire per un pelo a saltare nel Warp.
Sperimentò l’estenuante lotta per far ritorno allo spazio normale e le eternità gelide necessarie alla fuga. L’atterraggio d’emergenza della nave devastata su un nuovo mondo vergine.
Vide i pietosi sopravvissuti emergere: appena alcuni purosangue e tre tecnici ibridi. Li vide fabbricare asce con i rottami della nave per commerciare con le tribù, e li osservò dare inizio alla lunga battaglia per insediarsi nel mondo ostile.
Provò appagamento quando sentì la ragnatela del contatto psichico espandersi su ogni nuovo membro della nidiata. Avvertì la fredda soddisfazione per la distruzione di ogni tribù e apprese che presto un nuova base industriale sarebbe stata edificata. La nave spaziale sarebbe stata riparata. Altri mondi da conquistare sarebbero stati raggiunti.
Per un lugubre momento, la disperazione s’impossessò di Due-Teste-Parlanti. Vide il piano degli Stealer: diffondersi e infettare nuovi mondi. Non poteva fare niente per fermare quest’atavica, invincibile entità. Fu sul punto di arrendersi.
Non scorgeva vie di scampo. La morte lo braccava e quel pensiero gli dava coraggio. Sapeva cosa doveva fare. Una parte di lui s’insinuò nell’alieno, anticipando l’assalto del Patriarca. Un’altra parte guidò il suo spirito verso l’oblio.
Si ritrovò una volta ancora in un posto freddo e percepì, distante, lo spirito dell’Imperatore, fulgido e splendente come una stella. Attorno, i fantasmi inferociti. Il Patriarca era una famelica, abominevole presenza decisa a renderlo succube. Da qualche parte in lontananza, poteva udire la tonante presenza dell’Ala della Morte che giungeva a reclamarlo.
Troppo tardi il Patriarca comprese quel che stava facendo e tentò d’interrompere il contatto. Due-Teste-Parlanti concentrò tutto il suo odio, la rabbia e la paura e mantenne la linea aperta, un lavoro reso semplice dall’intimità della catena mentale. Il Patriarca si dibatté frenetico, ma non riuscì a liberarsi.
Il battito d’ali si fece più vicino, sommergendo il Bibliotecario con un ruggito che avrebbe potuto essere un uragano o forse il suo ultimo respiro. Dal cuore di un vortice di dolore, egli risalì nell’oscurità. Il maelstrom risucchiò il Patriarca. Egli morì, ucciso dall’agonia del Bibliotecario.
Rapidamente, Due-Teste-Parlanti sentì il suo nemico svanire, percepì la sensazione di perdita presso la sua nidiata. Mentre lo spirito del Bibliotecario saliva sempre più in alto, cercò e toccò la mente dei suoi compagni, salutandoli per l’ultima volta, dicendo loro quel che andava fatto. Poi Due-Teste-Parlanti non conobbe altro.
Corre-sulle-Nuvole avvertì la presenza mentre fissava il fuoco. Alzò lo sguardo e vide Due-Teste-Parlanti di fronte a sé. Il Bibliotecario appariva pallido. La faccia era distorta dall’agonia, il corpo martoriato dalle terribili ferite. Sapeva che si trattava di uno spettro, che il vecchio sciamano era morto.
Per un attimo gli parve di ascoltare il suono di un titanico battito d’ali e vide il più possente degli Uccelli di Tuono librarsi verso la luna. La presenza svanì, lasciando Corre-sulle-Nuvole con una fredda sensazione di solitudine. Egli rabbrividì al gelo improvviso. Sapeva di essere stato sfiorato dal passaggio dell’Ala della Morte.
Guardò gli altri e capì che avevano sperimentato la medesima sensazione. Sollevò una mano in un gesto di addio e poi la spinse in avanti a dare ai Marine il segnale di avanzata.
Carichi di determinazione, i bianchi Terminator marciarono contro la città distante.
Corre-sulle-Nuvole stava seduto sul trono a osservare i suoi visitatori. Il suo popolo era tutto attorno, in lunghe fila, a comporre un corridoio attraverso il quale i Marine avanzavano con precauzione, guidati da un Capitano e da un Bibliotecario. Sulla porta, la mastodontica figura corazzata di un Dreadnought faceva la guardia. Corre-sulle-Nuvole trovava confortante la vista di quella vecchia figura familiare.
Vedeva le facce spaurite del suo popolo che lo contemplavano reverenti, in cerca di rassicurazione. Mantenne un’espressione cupa e compassata. Avvertiva il disagio dei Fratelli di Battaglia nei confronti della stravaganza della gente all’interno del grande “casa lunga”. Tenevano i requiem pronti, come se si aspettassero che la violenza scoppiasse da un momento all’altro.
Corre-sulle-Nuvole era contento di vederli. Dalla morte di Orso-Zoppo si era sentito molto solo. Poteva riconoscere diversi volti familiari fra i guerrieri Imperiali. I ricordi dei vecchi tempi nella sede del Capitolo riemersero uno ad uno. Fece tre profondi respiri, toccò scaramanticamente l’antica divisa ridipinta di bianco al suo fianco e infine parlò.
“Salute, Fratelli Guerrieri del Cielo.” disse.
“Salute a te, Fratello Ezekiel.” rispose il Capitano dei Marine con sospetto.
Corre-sulle-Nuvole si strofinò i tatuaggi facciali con una mano nodosa, prima di sorridere: “Così sei diventato Capitano, eh Coletello-Rotto?”
“Si, Fratello Ezekiel. Mi hanno promosso Capitano quando tu non facesti ritorno.” Fece una pausa, ovviamente in attesa di una spiegazione.
“Vi ci sono voluti dieci anni per venirvi a riprendere le divise d’onore degli Angeli Oscuri?” chiese il vecchio uomo con una punta di sarcasmo.
“C’è stata una guerra: una grande migrazione di Orki nel Segmentum Obscura. Il Capitolo fu chiamato a compiere il proprio dovere. In quel periodo l’assenza dei nostri Terminator ci ha pesato gravemente. Avrai una spiegazione per questo, naturalmente.”
I Marine squadrarono Corre-sulle-Nuvole con freddezza. Era come se agli occhi di questi torvi giovani egli fosse un estraneo o, peggio, un traditore.
Gli sovvenne la prima volta che si era trovato di fronte ai Marine e, per la prima volta dopo lunghi anni, divenne consapevole della loro inquietante qualità. Si sentì isolato e a disagio.
“Questa gente non appartiene al nostro popolo, Corre-sulle-Nuvole. Cosa è accaduto qui?” domandò una stentorea voce metallica. La riconobbe come quella del Dreadnought. Improvvisamente, non si sentì più solo. Artiglio-di-Falco era lì, collegato ai sistemi di supporto vitale del Dreadnought. C’era dunque almeno una persona che era dalla sua parte, vecchia abbastanza da comprendere. Era come il loro primo incontro all’ombra dell’Ala della Morte, quando aveva trovato un viso noto fra gli estranei.
“No, avo onorato, non lo sono. Essi sono i sopravvissuti incontaminati della conquista dei Genestealer.”
Ascoltò il mormorio scandalizzato dei Marine, li vide mentre spianavano istintivamente le armi contro il popolo delle “case lunghe”.
“Spiegati meglio, Fratello Ezekiel.” Disse Coltello-Rotto.
Fu così che Corre-sulle-Nuvole incominciò a narrare la loro storia ai Marine stupefatti. Raccontò loro dell’atterraggio della compagnia di Terminator e della scoperta che la devastazione era stata opera dei Genestealer. Parlò del Consiglio e della scelta che i guerrieri avevano compiuto – del viaggio dello spirito di Due-Teste-Parlanti e della marcia finale dei Terminator sulla città. Parlò loro nella sintassi intricata della lingua Imperiale, non nell’idioma del Popolo delle Praterie.
“Oltrepassammo i neri cancelli e fummo assaliti dagli Stealer. Dapprima apparvero confusi, come se avessero subito un grosso trauma. Attaccavano in gruppi sparuti, senza guida e senza una strategia precisa, così li falciammo tutti.
“Ci spingemmo fra ali di folla urlante sulla scia del segnale allocato sul Bibliotecario, verso il centro della Città. Enormi Stealer purosangue emersero dagli edifici mentre procedevamo. Attaccarono con furia cieca, ma senza criterio, e così li vincemmo facilmente.
“Nel bel mezzo della Città trovammo un tempio – un edificio che parodiava oscenamente il Culto Imperiale, dominato da un’imponente statua dalle quattro braccia che doveva raffigurare l’Imperatore. La rovesciammo a terra e al di sotto scovammo un ingresso al Mondo Sotterraneo.
“C’immergemmo in freddi corridoi metallici. Attraversammo paratie e porte a pressione. Pareva d’essere nel ventre sepolto di una nave spaziale. Seguimmo ancora la traccia digitale, determinati a recuperare l’armatura di Due-Teste-Parlanti e vendicarne la morte.
“All’inizio progredimmo agevolmente contro gli isolati attacchi degli Stealer, ma poi qualcosa cambiò. Per un attimo, tutto fu quieto.
“Ci scambiammo sguardi preoccupati. Luna-Sanguinante chiese se fosse possibile che li avessimo eliminati tutti. Posso ancora figurarmi la sua smorfia perplessa. Ce l’aveva ancora quando uno Stealer si calò da una presa d’aria e gli strappò via la testa. Sparai a raffica contro la creatura con il requiem, fino a ridurla a una poltiglia sanguinolenta.
“Poi cominciò il nuovo attacco degli Stealer. Ma questa volta gli assalti si susseguirono coordinati da una sorta d’intelligenza maligna. Fu come se fossero rimasti per breve tempo senza una guida e quindi un nuovo demonio fosse stato eletto in sostituzione.
“Ci aggirarono attraverso i corridoi paralleli, piovendoci addosso dai buchi nel soffitto. Fummo attaccati da ogni dove da orde di Genestealer e della loro discendenza umana. Sopraggiunsero a ondate, di corsa, con velocità accecante, nel tentativo di schiacciarci con la semplice forza del numero. Fu uno spettacolo orribile: quelle enormi bestie corazzate s’appropinquavano di corsa, calpestando i loro stessi simili abbattuti dalle nostre armi.
“Ne arrivarono sempre di più. Le nostre postazioni e la retroguardia caddero vittima delle imboscate e furono massacrate. La minaccia giungeva così in fretta che spesso non avemmo il tempo di rispondere.
“Vidi un gran numero di loro inceneriti dal fuoco dei lanciafiamme, e il tanfo che esalarono fu indescrivibile. Sacrificavano con noncuranza le proprie vite tanto cieca era la loro brama di ucciderci. C’era un sentimento di rabbia nell’aria, terribile e oppressivo. Era come se avessero un conto personale con noi e fossero pronti a morire pur di regolarlo.
“Qualsiasi altra squadra, fosse pure di Terminator, sarebbe stata ricacciata indietro dalla furia del loro attacco, ma noi indossavamo il marchio dell’Ala della Morte. Le nostre marce funebri erano già state suonate – la paura non albergava in noi, e avevamo il nostro conto da saldare. Ci spingemmo avanti, un tortuoso palmo alla volta.
“Il sangue sciabordava nei corridoi mentre ci aprivamo la strada combattendo all’interno di una grossa sala centrale. Lì trovammo il corpo di Due-Teste-Parlanti. Era morto, il corpo dilaniato da terribili ferite. Nei pressi giaceva il cadavere del Patriarca che non mostrava alcun segno di violenza.
“La sala era piena di nemici, purosangue e discendenti. Un pugno di noi combatté fino ad arrivare alla sala del trono. Ne affrontammo in numero di molto superiore al nostro. Per un momento, ci fermammo a guardarci negli occhi. Io penso che sia noi che loro avvertissimo che ciascuno era di fronte al suo nemico definitivo – che il risultato del combattimento avrebbe deciso il destino di questo mondo.
“Tutto si placò nella sala, il silenzio rotto solo dai nostri respiratori. Potevo sentire il mio cuore battere all’impazzata. La bocca era asciutta. Ma ero stranamente calmo, sicuro che presto avrei salutato gli spiriti dei miei antenati. Gli Stealer si raggrupparono e noi spianammo i nostri requiem in posizione di fuoco.
“Come rispondendo ad un segnale silenzioso, essi caricarono, le fauci aperte ma senza emettere alcun suono. Alcuni della discendenza fecero fuoco con arcaiche armi ad energia. Dietro di me, un Fratello cadde. Li investimmo con un uragano di fuoco che ridusse in pezzi la prima ondata. Niente avrebbe potuto sopravvivere. Tutto ciò a cui sparammo perì. Ma ce ne erano troppi. Sciamarono tutto attorno a noi e il conflitto finale ebbe inizio.
“Vidi Donnola-Feroce crollare sotto un cumulo di Stealer. Il suo requiem era inceppato, ma lui combatteva ancora, urlando maledizioni e insulti contro i suoi nemici. L’ultima immagine che ho di lui è mentre strappa la testa a uno Stealer nonostante questi gli avesse piantato una chela nella piastra pettorale. Così morì il più grande guerriero della nostra generazione.
“Orso-Zoppo e io combattemmo schiena contro schiena, circondati dai nemici. Il Maglio e la Spada Potenziati martellavano gli Stealer con cui venivamo in contatto. Se avessero disposto anche solo di pochi altri purosangue, le cose sarebbero andate diversamente quel giorno, ma molti di loro parevano essere caduti durante i primi, futili assalti.
“Ad un certo punto le abominazioni si fecero molto vicine. Orso-Zoppo cadde ferito e io mi trovai faccia a faccia con un mastodontico orrore corazzato. Mi strappò la spada dalla mano con un colpo dell’artiglio possente. Ringraziai l’Imperatore per le armi digitali incorporate nel mio guanto potenziato e spruzzai un fiotto di aghi avvelenati negli occhi della mostruosità, accecandola. Nello spazio di un respiro trovai il tempo per sollevare il requiem d’assalto, crivellandola a morte.
“Mi guardai attorno: solo i Terminator erano ancora in piedi nella sala. Esultammo con gioia per essere ancora vivi, ma subito la constatazione del numero dei caduti ci assalì e piombammo in attonito silenzio. Solo sei di noi sopravvissero. Incalcolabile era invece il numero degli Stealer uccisi.
“Nel mondo di sopra, i bambini del Popolo delle Praterie ci aspettavano. Una folla imponente si era radunata fuori dal tempio per vedere chi sarebbe uscito vincitore dalla battaglia. Ci scrutarono con soggezione. Avevamo distrutto il loro tempio e ucciso i loro déi. Ma ancora non sapevano se eravamo demoni o redentori.
“Guardammo quelle creature malconce, tutto ciò che sopravviveva dei nostri antichi Clan. Avevamo vinto e avevamo riscattato il nostro mondo. Eppure la nostra vittoria appariva vuota. Avevamo salvato i nostri discendenti dagli Stealer, ma non la nostra cultura.
“Lì davanti alla folla radunata, mi chiesi che cosa dovessimo fare. L’Imperatore in persona mi ispirò in quel momento. Spiegai il mio piano agli altri.
“Conducemmo la folla fuori dalla Città e la portammo sulla una pianura circostante. Cercammo tracce della Discendenza fra di loro, ma non ne trovammo. Sembrava che la contaminazione degli Stealer fosse finita distrutta nella nostra guerra di vendetta.
“Camminai tra le fabbriche e oltrepassai le ciminiere crollate. Prendemmo i lanciafiamme e rademmo al suolo la Città. Dividemmo la gente in sei nuove tribù e ci salutammo a vicenda perché sapevamo che non ci saremmo più incontrati. Quindi portammo i nostri discendenti lontano dalla città in fiamme.
“Orso-Zoppo guidò la sua gente sulle montagne. Io condussi il mio popolo al mio vecchio villaggio e assieme lo ricostruimmo. Non so cosa ne fu degli altri.
“Ho raccontato a questa gente di essere stato inviato dall’Imperatore a ripristinare le antiche usanze. Ho insegnato loro a cacciare, a pescare e a combattere alla vecchia maniera. Lottiamo con le altre tribù. Un giorno saranno di nuovo pronti per diventare Guerrieri del Cielo.”
Corre-sulle-Nuvole tacque. Poteva sentire che i Fratelli di Battaglia erano stati toccati dalle sue parole. Coltello-Rotto si girò verso il Bibliotecario. Corre-sulle-Nuvole avvertì la pressione del contatto mentale.
“Fratello Ezekiel dice il vero, Fratello Capitano Gabriel.” disse il Bibliotecario. Coltello-Rotto tornò a fissare il vecchio Marine.
“Perdonami, Fratello, ti avevo malgiudicato. Sembra che il Capitolo e il Popolo della Prateria abbiano un grosso debito nei confronti tuoi e dei tuoi guerrieri.”
“Semper Fideles.” disse Corre-sulle-Nuvole. “Dovete portare indietro le armature. Appartengono al Capitolo.”
Coltello-Rotto annuì.
“Solo un favore. In onore dei nostri morti, lasciatele del colore dell’Ala della Morte. Le azioni dei nostri Fratelli devono essere ricordate.”
“Così sia.” replicò Coltello-Rotto. “L’Ala della Morte sarà ricordata”.
I Marine si voltarono e uscirono sfilando davanti al Dreadnought. La possente struttura era rimasta a squadrare Corre-sulle-Nuvole con occhi inumani.
La partenza dei Terminator fece sentire Corre-sulle-Nuvole di colpo molto stanco. Avvertiva il peso grave degli anni accumulati.
Si accorse del Dreadnought che lo fissava e alzò lo sguardo.
“Si, avo onorato?” domandò, nell’idioma del Popolo delle Praterie.
“Potresti tornare con noi. Avresti l’onore di diventare un Dreadnought Vivente.” disse.
Desiderava poter tornare a spendere gli ultimi anni di vita con il suo Capitolo, ma sapeva che non era possibile. Il suo dovere era stare accanto al suo popolo, ora. Doveva ricondurlo sulla Via dell’Imperatore. Scosse la testa.
“Anche io penso di no. Tu sei un valente capotribù del Popolo, Corre-sulle-Nuvole.”
“Qualunque Guerriero del Cielo lo sarebbe, Antenato. A pochi è concessa questa chance. Ma prima che tu parta, c’è qualcosa che devo sapere. Quando c’incontrammo per la prima volta, tu mi dicesti che non potevo diventare un Guerriero del Cielo se mi fossi lasciato alle spalle dei rimpianti. Tu hai mai avuto qualche rammarico di essere diventato un Marine?”
Il Dreadnought lo fissò intensamente. “Qualche volta ancora ne ho. E’ una cosa triste lasciare la gente a cui tieni sapendo che li avrai persi per sempre.
“Addio, Corre-sulle-Nuvole. Non ci incontreremo più.”
Il Dreadnought si voltò e uscì, lasciando Corre-sulle-Nuvole seduto sul trono, fra la sua gente, con le mani che giocherellavano con un amuleto, una coda di vecchi capelli intrecciati.