Magic Parents: come farsi battere a Magic dai propri figli e vivere felici!

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N.d.R.: Come redattore del sito sono estremamente lieto di presentare articoli come quello che segue, del caro Fabio Paglieri (alias “Il Professore”):
perchè, come potrete constatare voi stessi, anche esulando leggermente dal magic giocato, riescono a toccare temi particolarmente interessanti e proficui per la comunità di gioco in cui spesso ci ritroviamo a condividere molto più del singolo evento di figurine! Detto ciò, buona lettura!


Ho iniziato a giocare a Magic nella primavera del 1994, ai tempi della Revised Edition, grazie a una compagna di liceo. Ebbene sì, una ragazza, animale mitologico in questo ambiente. La mia amica si era portata un po’ di carte in gita scolastica, e la prima partita la facemmo sui sedili di un autobus, fra una curva e una pausa all’autogrill. Certo, ad altri saranno capitate avventure ben più torbide sui sedili degli autobus in gita scolastica, ma a ognuno il suo… Senonché la mia carriera di giocatore ebbe vita breve: vivevo a Savona, non era proprio New York, fra i miei amici eravamo in quattro gatti a giocare, nessuno particolarmente brillante. Per un po’ andai avanti a comprare le buste solo per collezionismo, non per interesse a giocare. Purtroppo in epoca pre-Internet se non sapevi giocare eri spesso anche una chiavica a capire il valore delle carte: così ebbi giusto il tempo di concludere un paio di sagaci scambi, tipo dar via un’Isola Vulcanica (“Che pacchetto da schifo, la mia rara è una terra!”) per una Forza della Natura (“Grossa, con questa spacco tutto!”), oppure sbarazzarmi con gioia di una Forza di Volontà (“Cinque mana per neutralizzare una magia? Oppure devo buttar via una carta?! Ma siamo matti?!?”) in cambio di un succulento Leviatano (“Ancora più grossa, con questa spacco tutto e poi ancora un po’!”). Bei ricordi… al valore attuale, si parla di dar via 300 euro per incassarne 1! E meno male che lasciai nel cassetto un Tabernacolo della Valle di Pendrell e una Karakas, solo perché all’epoca mi parevano talmente brutte da non poter essere scambiate.

Dopo esordi così brillanti, non stupisce che abbia mollato tutto con l’uscita di Mirage, a fine 1997. Ma cosa mi ha spinto invece a ricominciare a giocare, quasi vent’anni dopo? In una parola: i figli! In particolare il primo, Mattia, con cui a fine 2014 capitammo quasi per caso in un negozio di carte: dopo un paio di abboccamenti col proprietario, un tipo molto simpatico (come spesso capita a chi gestisce negozi di giochi), comprammo un fat pack di Khans di Tarkir e ci divertimmo ad aprire insieme le buste, sotto lo sguardo un po’ stupito del fratellino più piccolo, Davide. Poi riesumammo le mie vecchie carte dagli scatoloni in cui erano sepolte, e iniziai a insegnare a Mattia le basi del gioco. Fu solo col prerelease di Draghi di Tarkir che ci avventurammo al nostro primo torneo: aveva meno di 6 anni e non sarebbe riuscito a gestire da solo cinque turni, quindi giocò in braccio a me per tutto il tempo. Ovviamente facemmo pena, dal punto di vista competitivo: montammo un mazzo WG basico basico, nel pool avevamo aperto una Compagnia a Raccolta ma decidemmo di non giocarla perché ci sembrava scarsa, in fondo che te ne fai di due creature a casaccio per 4 mana? Il fatto poi che fosse un istantaneo per noi era irrilevante: all’epoca giocavamo ancora i combat trick prima della dichiarazione di attacco, non so se rendo… Come segno del destino, al nostro primo turno giocammo con un altro di quegli animali mitologici di cui sopra, ovvero una ragazza (la fidanzata del proprietario del negozio), la quale ci passò sopra come uno schiaccia-sassi. Però ci divertimmo un mondo, così durante i mesi estivi ci riprovammo…

…si era a Olbia, in Sardegna, posto meraviglioso ma in cui trovare tornei non è molto facile. Ci andò bene: quell’anno era attivo un negozio piccolo ma molto frequentato, in cui ci cimentammo coi primi tornei di costruito. Era anche la prima volta in cui Mattia giocava da solo con un suo mazzo, e decidemmo di iniziare con un formato facile facile: il Modern!!! A questo punto eravamo leggermente meno schiappe a giocare, ma sul deck building rimanevamo agli albori, e il metagame pensavamo fosse una malattia esotica. Dunque ci presentammo baldanzosi con un paio di home-brew, non del tutto deliranti ma parecchio sotto ai mazzi portati dagli altri, tutti Tier 1 e 2. Come ci disse un giocatore navigato, con un sorriso da Gatto Silvestro: “Il Modern è spietato!” Tuttavia noi continuavamo a divertirci, anche e soprattutto mentre gli avversari ci calpestavano allegramente. A un certo punto Mattia mi chiamò dall’altro lato della stanza, gridando: “Papà, vieni a vedere! Questo signore fa 2 o 3 mana per ogni terra che tappa e mi ha appena giocato un 15/15 con mille abilità… fico!” Io nel frattempo stavo fronteggiando un board con 13 elementali 3/2 (sì, era un mazzo Tritoni, e i Signori delle Onde in gioco erano due…), quindi potevo solo esprimere empatia.

Fra botte da orbi ed esperienze di vita, eravamo lanciati. Ora, rispetto ai gloriosi anni Novanta, c’era Internet, che ci aiutò a capire come girava il mondo nei vari formati. Così col tempo ci siamo fatti le ossa anche in Standard e Pauper, benché i formati più giocati per noi siano rimasti i limited: all’inizio quasi esclusivamente in Sealed ai vari prerelease, poi sempre più anche in Draft. Soprattutto, Magic è diventato un passatempo ricorrente in casa, con frequenti battaglie sul famoso “tavolo da cucina”, spesso coinvolgendo anche fratello, mamma, zia, e ragazzo di zia. A latere, Mattia spesso “spaccia” ai suoi amici carte doppie che ci escono dalle orecchie: finora nessuno si è convertito da collezionista a giocatore, ma non dispero. Dopotutto, io ci ho messo vent’anni abbondanti…

Oggi Mattia ha 9 anni e gioca in piena autonomia, con buoni risultati: al suo primo Grand Prix (Torino 2017) ha finito 4-5, che non è nulla di travolgente ma molto meglio del mio indegno 2-7 (sigh!), e la giovane peste si è appena qualificata ai Regionali per il Pro Tour Dominaria, sempre a spese del suo anziano genitore… (sob!) Soprattutto, continua a divertirsi giocando, ed io con lui: in attesa di reclutare anche il fratello Davide nella banda, giacché nell’imminente stagione di eventi a squadre ci manca proprio il terzo per completare la nostra Armata Brancaleone… Certo, il fatto che ormai in quasi tutti i tornei che facciamo insieme Mattia arrivi prima di me comincia a seccarmi, però mi consolo pensando che evidentemente sono stato un eccellente maestro… evito invece di contemplare l’ipotesi alternativa, quella di essere un pessimo giocatore!

A parte le nostalgie autobiografiche, giocare a Magic con i figli mi ha fatto scoprire degli aspetti del gioco che, se fossi stato “solo” un giocatore, forse non avrei saputo notare. Vi lascio quindi con alcuni spunti di riflessione per tutti gli altri “Magic Parents”, presenti e futuri:

(1) Magic è un gioco complicato, ma proprio questo è il suo valore, anche quando si gioca coi figli e coi bambini in genere. Giocare bene richiede notevoli capacità di strategia, pianificazione, concentrazione, attenzione ai dettagli, memoria, e persino pazienza (per esempio, per giocare intorno a una rimozione di massa contro un mazzo di controllo): insegnare a giocare bene significa fornire un contesto divertente in cui allenare tutte queste capacità, che servono molto anche al di fuori del gioco. Male davvero non fa, e, con aggiustamenti adeguati, non è mai troppo presto per iniziare!

(2) Competizione e divertimento non sono nemici, se non siamo noi a metterli contro. Certo, un giocatore professionista per cui vincere un torneo è quasi un lavoro ha obiettivi diversi da un bambino che pensa solo a divertirsi: ma il primo ha scelto questa passione perché, presumibilmente, la trova più gratificante di tante altre, e anche il secondo a vincere si diverte parecchio. Il bello è quando questi due mondi convivono felicemente: a me e Mattia è capitato spesso di giocare contro giocatori eccellenti o famosi, ed è sempre stata un’esperienza piacevolissima. Senza dubbio ci saranno eccezioni, ma finora ho notato che chi si infuria come un bufalo per una partita persa o una pescata sfortunata non è di norma il giocatore professionista.

(3) A Magic perdere è inevitabile, e agli inizi molto frequente: questa è una cosa splendida! Lo è per un bambino, perché insegna l’umiltà, la perseveranza e come apprendere da altri più bravi di noi. E lo è pure per un adulto, esattamente per le stesse ragioni: uno dei difetti del diventare adulti e, sperabilmente, sicuri della propria posizione è la perdita dell’esperienza della sconfitta e dell’errore, che invece è pane quotidiano per una persona in crescita. Ma senza tale esperienza si cresce poco e male: Magic, come molti altri giochi, offre a grandi e piccini tante occasioni per sbagliare in sicurezza. Rallegriamocene!

(4) Nel suo piccolo, Magic elargisce abbondanti spunti per riflessioni “serie” da fare coi propri figli. Molte sono di carattere strategico: la costruzione di un mazzo, per esempio, è un tentativo di gestire inevitabili elementi di incertezza (le carte che pescheremo e quelle che vedrà l’avversario) alla luce di informazioni scarse (le nostre ipotesi sui mazzi giocati da altri), consapevoli che ogni sbaglio può costare caro. Il che è proprio quello che tutti noi dobbiamo saper fare nelle decisioni importanti della vita: che scuola scegliere, che lavoro cercare, quali compagnie frequentare. Altre lezioni sono morali: di recente è successo che l’altro finalista del PPTQ in cui Mattia si è qualificato ai Regionali gli abbia concesso la partita in finale – non perché avesse un mazzo scarso o non fosse interessato ai Regionali, bensì perché ci teneva che un bambino di 9 anni, mai visto prima, potesse fare questa esperienza. Ovviamente né io né Mattia ce lo aspettavamo: allo stupore e alla perplessità hanno fatto seguito gioia e gratitudine. Ma il regalo più grande che quel giocatore ha fatto a mio figlio non è la partecipazione ai Regionali, bensì dimostrargli che si possono fare scelte importanti per ragioni puramente altruistiche, senza nessun tornaconto. Ed è un esempio che Mattia non dimenticherà, proprio perché vissuto sulla sua pelle. Magic, per fortuna, è anche questo.

Sulla destra “Il Professore”, pensieroso dopo il consueto 0-2 della giornata…