Mtg 4 KIDS: Si può fare? – Parte I

65 views
1

Siamo orgogliosi di introdurvi a una riflessione di Fabio Paglieri sul mondo del “Magic Parenting” cioè il passaggio di testimone dai vecchi giocatori di Magic alle nuove generazioni.

 

Lo scorso anno Magic ha compiuto 25 anni: considerato che l’età media a cui si fanno figli in Italia è di poco inferiore a 31 anni, e ipotizzando che la maggior parte dei giocatori si avvicini a Magic fra i 15 e i 20 anni, chiunque abbia iniziato a giocare dal blocco di Odissea (ottobre 2001) in poi ha buone probabilità di avere, oggi, uno o più figli.

In effetti gli avvistamenti di “Magic parents” e “Magic kids” non sono infrequenti, anche se si tratta per lo più di padri e figli, data la prevalenza di maschi fra i giocatori: se cercate su Twitter l’hashtag #mtgdad troverete un po’ di tutto, dalle foto di neonati alle storie di padri e figli impegnati in contese di magia. Se invece vi interessano racconti un po’ più dettagliati, anche quelli non mancano: dalla storia di Rhino Morris, che iniziò a giocare a 7 anni con suo padre Phil come terapia casalinga contro la dislessia, e oggi gestisce insieme a lui il canale YouTube MtG Young Mage ; passando dall’esperienza di Bruce Richards, il quale, avendo sposato una donna con tre figli di 7, 10 e 13 anni, insegnò loro a giocare a Magic come modo per rompere il ghiaccio, e da allora non ha più smesso di organizzare prerelease per i loro amici (l’articolo qui); arrivando infine alle apparizioni sempre più frequenti di giovanissimi a tornei anche importanti, ad esempio la ormai celebre Dana Fisher, presenza quasi fissa ai GP negli USA e capace di finire 5-4 al GP Portland 2017 con il suo mazzo Temur Energy, alla veneranda età di 7 anni, e senza dimenticare i giovanissimi nostrani che hanno tentato la sorte agli ultimi (purtroppo!) Nazionali di Roma, Mattia (10 anni) e Diana (11 anni).

Mattia (10 anni) e Diana (11 anni) all’Italian Magic Nationals 2018

Insomma, l’aspetto transgenerazionale del gioco è ormai abbastanza evidente, tanto che la Wizards se ne è occupata qualche anno or sono, con un articolo di approfondimento dal titolo suggestivo – “Magic: The Parenting”.

Tutto questo dimostra che i più piccoli a Magic possono senz’altro giocare, e già lo fanno in varie occasioni. Ciò però non toglie che, al netto di alcune storie esemplari e quasi commoventi, la percentuale di giocatori under 15 sia tutto sommato minima nella gran parte dei tornei. In questo articolo cercherò quindi di rispondere a tre questioni, analizzandole dal punto di vista di un 42enne giocatore di Magic con due figli (10 e 7 anni), a loro volta giocatori:

È il caso di far giocare a Magic ragazzini di età inferiore ai 13 anni?

• Se sì, quali sono le condizioni ottimali in cui farli giocare?

• Cosa possono fare i negozi, e in generale la comunità dei giocatori adulti, per favorire la partecipazione dei più piccoli?

La mia risposta alla prima domanda è ovviamente affermativa, visto che coi miei figli gioco spesso e volentieri a Magic, sia in casa che nei negozi, e qualche volta anche in tornei più grandi (GP, Nazionali, PPTQ, RPTQ). Tuttavia, da genitore, sono consapevole che ci sono pro e contro nell’avviare a questo gioco i più giovani, su cui vale la pena riflettere.

Iniziamo dai vantaggi:

• Dal punto di vista cognitivo, Magic è sicuramente un gioco che stimola un’ampia gamma di abilità importanti: calcolo, lettura, attenzione, categorizzazione, comprensione e rispetto dei turni (nonché delle fasi del turno e dell’ordine di risoluzione di magie, effetti e abilità), strategia, pianificazione, ragionamento ipotetico, gestione di risorse scarse, e molto altro ancora. Si tratta di un’ottima palestra della mente, con vari livelli di difficoltà, il che consente apprendimenti significativi a diversi stadi di sviluppo, e sempre con la forte motivazione del divertimento.

• Sul piano sociale, Magic, se giocato al di fuori delle mura di casa, è veicolo di nuove amicizie: sia nei tornei organizzati nella propria città, sia “spacciando” o scambiando carte con i propri coetanei (cosa che, al momento, capita molto più con Pokemon o Yu-Gi-Oh! che non con Magic, ma questo è un accidente, non una necessità).

• Sotto il profilo caratteriale, Magic ha una proprietà meravigliosa: si perde spesso, anche dopo essere diventati bravi – sia a causa del carattere dinamico del gioco e dell’ampiezza del meta in molti formati, sia per l’oggettiva influenza della casualità (sulle pescate in Costruito, persino sulla composizione dei mazzi in Limited). “Beh, che c’è di utile nel perdere?”, dirà qualcuno – ma chi dice così non ha mai dovuto educare qualcuno più giovane. Perdere (o meglio, fallire nel perseguimento di un obiettivo) è un’esperienza inevitabile nella vita, e imparare a gestirla in un contesto protetto è fondamentale: ciò significa non solo usare le proprie sconfitte come lezioni per migliorare, ma anche abituarsi a distinguere fra accidenti (tu chiamala se vuoi sfiga…) e veri errori, senza per questo sentirsi sminuiti nella propria autostima. Non da ultimo, perdere con grazia e lasciare che l’altro si goda in pace la vittoria sono ottime abitudini di vita – anche e soprattutto quando ci si sente bersagliati dalla malasorte.

Veniamo invece alle possibili dolenti note, dal punto di vista di un genitore:

• Magic è costoso: quanto costoso dipende dal formato e dalla virulenza con cui ci si dedica, ma comunque è innegabile che molti altri giochi, anche di analoga profondità intellettuale (gli scacchi, per esempio), hanno costi ridicolmente bassi, se paragonati a Magic. Un genitore non può ignorare questo aspetto, e, se decide comunque di coinvolgere i propri figli in Magic, deve trovare modi sensati di gestire l’aspetto economico del gioco – più avanti, suggerirò qualche idea in tal senso.

• Magic è appassionante: a prima vista non è un difetto, anzi, proprio la passione è la leva che consente i meravigliosi apprendimenti di cui si parlava prima. Però la passione può anche diventare smodata, e questo va tenuto sotto attento controllo – innanzitutto in noi stessi, ma a maggior ragione nei nostri figli! Non a caso gli stessi giocatori di Magic hanno coniato l’espressione “cardboard crack” per ironizzare sul carattere addictive del gioco, con tanto di vignette in merito. Quindi Magic sì, ma con juicio!

• Magic è competitivo: questo non è necessariamente vero, ma facilmente può esserlo, e la competitività va gestita, anche negli adulti e soprattutto nei giovani. Il prototipo del giovane prodigio pompato dai genitori e spinto ad eccellere a tutti i costi è un pessimo modello di vita, nonché un demenziale piano di realizzazione professionale per i propri figli – la percentuale di chi riesce a guadagnarsi da vivere giocando a Magic è ridicola rispetto al numero totale dei giocatori, è quasi più sicuro decidere di farli diventare astronauti! Soprattutto, la competitività va bene come spinta a impegnarsi per migliorare se stessi, ma non deve diventare fonte di frustrazioni e ambizioni fuori scala: banalmente, la famiglia, la scuola, le amicizie, lo sport, la salute, e molte altre cose dovrebbero restare saldamente in cima alle priorità dei nostri figli, ben prima di Magic.

 

Il “Prof” Fabio Paglieri