Scheletri

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Zerocalcare tra pulp e tragedia

Zerocalcare ripercorre il proprio primo anno di università per raccontarci una storia che, partendo da elementi autobiografici, si muove verso direzioni inattese. 

L’autore colpisce ancora, presentandoci un fumetto più pulp, più crudo e, a dirla tutta, più tragico. Una sperimentazione avvenuta con successo?

Michele Rech, in arte Zerocalcare, una volta ha trovato un dito. Due falangi avvolte in un pezzo di carta.

Partendo da questa improbabile e inquietante vicenda, il fumettista di Rebibbia mette in piedi una storia che mischia elementi reali e di fantasia. Fino a qui, niente di nuovo. Lo saprebbe anche tua nonna, che probabilmente conosce Zerocalcare almeno di nome.

Quasi tutte le opere dell’autore muovono i passi da situazioni autobiografiche o attingono al suo vissuto, al suo mondo, agli ambienti da lui frequentati, aggiungendo qualche tocco di realismo magico e apportando modifiche a personaggi e intreccio delle vicende. Tali cambiamenti hanno due scopi: la creazione di una narrazione solida e intrigante, ma anche la riservatezza rispetto alle questioni private delle persone a cui sono ispirati i personaggi principali. Del resto quello di Zerocalcare sono storie più o meno collettive, con un mondo ricco di relazioni e di individui con una propria personalità, proprie esperienze e propri demoni. A volte quei demoni è possibile fronteggiarli insieme. Altre volte, no.

Michele Rech non rinnega nessuno dei punti saldi della propria narrazione, eppure con Scheletri si inoltra molto più in là, prendendo una direzione ben precisa e spingendo al massimo sull’acceleratore.

Dal punto di vista formale, non sembra essere cambiato niente. I disegni sono sempre gli stessi, così come la composizione delle tavole, il tipo di umorismo, i tempi comici e il modo in cui viene intrecciata la storia. Anzi, non sono pochi i detrattori che rimproverano all’autore di essere rimasto fermo in una comfort zone – artistica e d’immaginario – senza riuscire a evolversi. Ma il punto è un altro: questi sono tutti elementi che funzionano e tra i quali Zerocalcare sa destreggiarsi benissimo, cercando nuove strade dal punto di vista delle storie e delle atmosfere create.

Facendo una rassegna delle pubblicazioni di Zerocalcare, ci si trova a tutti gli effetti davanti a un banco di prova lungo dieci anni, dalla ricerca di uno stile ben definito in La Profezia dell’Armadillo all’approccio da reportage di Kobane Calling.

Tra le opere più criticate figurano probabilmente Un polpo alla Gola, in cui ha provato per la prima volta a uscire dalla raccolta di episodi raccontando una storia lunga, e 12, una storia seria ma piena di zombi – e di turbe adolescenziali, anche se i protagonisti sono trentenni.

Stavolta è il turno del racconto pulp di periferia.

Bisogna fare attenzione, però: non siamo allo zoo, né tantomeno in un freak show.

In più momenti l’autore afferma il contrario, ma si riferisce al contesto in cui si trovano i personaggi, al modo in cui osservano sé stessi e non al modo in cui deve guardarli il lettore.

Contrariamente a una buona parte della narrazione mainstream delle periferie che ha luogo ormai da svariati anni a questa parte, in Scheletri i personaggi non vengono visti con paternalismo né con una banale e spettacolarizzante esaltazione della criminalità e degli ambienti più emarginati.

Ogni abitante di Rebibbia che viene coinvolto nella storia ha uno spessore, una vita e delle emozioni che potrebbero essere quelle di noi lettori. Anche per questo l’aspetto autobiografico delle storie di Zerocalcare è un punto di forza: anche i personaggi più incredibili sono amici del protagonista, e il protagonista non è né un eroe, né un mostro. Potremmo davvero esserci noi al posto suo e, di conseguenza, le persone con cui si interfaccia sono più vicine che mai a noi. Per la durata della lettura quelli sono nostri amici, non li stiamo guardando attraverso le sbarre e, al tempo stesso, non vorremmo mai trovarci al posto loro.

Zerocalcare riesce a parlare a un vasto pubblico proprio perché, al di là dell’immaginario pop (che dopo dieci anni dovrebbe già essere crollato, per quanto è effimero), non ha mai smesso di raccontare ciò che conosce meglio. Rebibbia, i centri sociali e i concerti punk fanno parte di lui, e nelle sue tavole a fumetti vengono restituiti con una tale credibilità e autenticità da risultare familiari a chiunque.

A tal punto che, senza esagerare, un pastore dell’alto Molise potrebbe riconoscersi nelle paure di un quarantenne tossicodipendente che vive in zona Tiburtina.

Un po’ come Lansdale, lo scrittore texano che, raccontando esclusivamente storie ambientate in zone a cui è molto legato – giocando con alcuni stereotipi sul Texas e rinnegandone tanti altri –  ha trovato l’America in Italia. Come in Lansdale, i protagonisti sono scalcinati, emarginati, ma anche molto vicini a noi. A questo proposito vale la pena evidenziare la passione di Michele Rech per gli scrittori americani noir contemporanei – Lansdale incluso. Come rivelò tempo fa in un’intervista, la divisione in brevi capitoli a valanga gli ricordano la struttura di una serie TV moderna, e indubbiamente questo approccio ha influenzato le sue opere.

Non ci sono momenti morti, e anche la scena di dialogo più prolissa e drammatica non è mai costruita in maniera noiosa. Ogni avvenimento conduce ad altri eventi, ma non c’è mai la sensazione di una concatenazione artificiosa basata sui rapporti di causa-effetto.

A voler cercare una pecca, forse se ne può trovare una proprio in un filo dell’intreccio narrativo [nota: nelle prossime righe c’è un rischio spoiler ben camuffato, ma se non volete sapere proprio niente della storia, saltatele]: un personaggio importante per il protagonista, al centro di una svolta emotiva da un certo momento in poi, viene inizialmente messo da parte. In questo modo si ha un po’ la sensazione che appaia improvvisamente, depotenziando l’effetto che dovrebbe avere la sua presenza in quelle scene. Ma probabilmente i momenti a lui dedicati sono ridotti proprio nel tentativo di trovare un maggior equilibrio nella storia, e forse le cose non sarebbero state migliori se l’autore si fosse mosso in modo diverso.

[fine rischio spoiler]

Scheletri, si diceva, è un fumetto crudo rispetto agli standard dell’autore, e fa male. Crudo non per la componente da thriller violento – con una violenza mai autocompiaciuta, vale la pena specificarlo – ma anche del punto di vista emotivo. Anche se di solito, nei fumetti di Zerocalcare, si cammina in un mare di malinconia e di amaro in bocca, c’è sempre un barlume di speranza, un punto di riferimento a cui aggrapparsi. L’amicizia, magari. Il farsi forza a vicenda.

Stavolta no.

La metafora del mostro che ci attanaglia, spesso utilizzata da Zerocalcare per rappresentare le paure, le angosce e i mille demoni interiori che assalgono ognuno di noi, è utilizzata con meno insistenza e meno retorica rispetto al passato, ma non per questo risulta meno potente.

Scheletri è un braccio che ti comprime lo stomaco, evocando una sensazione di vuoto sulla quale è quasi doveroso indugiare. E vorrete farlo, risfogliandolo più volte.

Un fumetto che vale davvero la pena leggere, che siate appassionati di Zerocalcare o meno.

Recensione di Andrea Fasano

Diciotto anni, e una bugia ingombrante: Zero ogni mattina dice alla madre che va all’università, ma in realtà passa cinque ore seduto in metropolitana, da capolinea a capolinea. È così che fa la conoscenza di Arloc, un ragazzo un poco più piccolo di lui che ha altri motivi per voler perdere le sue giornate in un vagone della metro B di Roma. Man mano che la loro amicizia si fa più profonda, le ombre nella vita e nella psiche di Arloc si fondono con le tenebre del mondo dello spaccio di droga della periferia romana. Un romanzo grafico che Zerocalcare definisce “più efferato del solito” a cavallo tra realtà e invenzione, tra oggi e vent’anni fa, tra la paura del futuro e quella del presente.

Scheletri è già disponibile in fumetteria!