The Boys Gli anti-supereroi picchiano anche in streaming!

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È finalmente arrivata, il 26 luglio, la trasposizione televisiva di The Boys, celebrata serie a fumetti di Garth Ennis. In un mondo in cui i Supereroi portano più disastri che benefici, una squadra di squilibrati vigila su di loro cercando di ostacolarli.
Ed eliminarli.

 

Garth Ennis è un tipo che si diverte in maniera cinica, irriverente e disgustosa, o che almeno dice di farlo. Odia i supereroi in tutina? E allora il suo Punitore mette nel sacco – un sacco pieno di frattaglie e ossa rotte – i supereroi in tutina.

Spesso questo approccio è il principale motivo per cui lo sceneggiatore irlandese viene osannato, come se non avesse altro da offrire – figuriamoci!

Lo stesso fumetto di The Boys, fin dalle sue copertine, si presenta in maniera esplicita come gioco provocatorio e come parodia di decenni di storie supereroistiche.

 

 

Tre decenni fa arrivarono The Dark Knight Rises e Watchmen e, per molti, dopo di essi ci fu il buio. Rispetto alla DC, la Marvel già si poneva da tempo in maniera più critica rispetto al mondo dei supereroi, ma furono Frank Miller e, soprattutto, Alan Moore a portare avanti le più influenti riflessioni con e sui supereroi, trattando temi sia ancestrali sia legati all’attualità, senza fermarsi al superomismo in sé.

Nel tempo sono arrivate un sacco di altre cose. Il post-moderno, Kick-Ass, Super, altro.

 

Nel suo sporco The Boys, Garth Ennis parla di tre cose: le più schifose pulsioni dell’uomo, il fumetto popolare e, in particolare, il superomismo. E lo fa calandoli in un contesto brutale, e relativamente plausibile, in cui i supereroi non possono essere come li abbiamo sempre intesi noi.

Il governo vuole sfruttare i supereroi? Ok. Ma a cosa serve un uomo in grado di fermare un treno, se disponi di un aereo che può far esplodere un carro armato con un singolo colpo? Da un punto di vista tattico, i supereroi possono essere forze della natura ma non necessariamente soldati. Al massimo, fenomeni da baraccone.

Quindi, chi è che sfrutta i super? Le multinazionali, il mondo dello spettacolo, il mondo del fumetto. È solo uno sfruttamento dell’immagine. Si ha quindi una riflessione non solo sull’eventuale impatto che avrebbero i supereroi nella nostra società, ma anche sul ruolo già ricoperto dai personaggi di fantasia della cultura di massa, o sulla narrazione che rende fantastici i personaggi reali.

È in questo senso che si va sul realistico, sul disilluso e sullo scanzonato, in un universo in cui i supereroi possono essere uccisi da proiettili all’uranio impoverito, o da un discreto numero di sprangate.

Chiaramente, se da un lato l’immaginario di Ennis risulta più concreto, mostrando dinamiche abbastanza credibili oltre che personaggi fisicamente vulnerabili e moralmente ambigui (se non abietti), dall’altro c’è da dire che l’autore esagera in questo senso, rendendo il tutto grottesco, osceno e splatter, con una piccola dose di autocompiacimento. Questo realismo paradossale è una delle cifre stilistiche di Ennis e, che piaccia o no, funziona quasi sempre.

 

 

Il lettore scopre un mondo di follie supereroistiche attraverso gli occhi di Hughie (disegnato da Darik Robertson con l’impeccabile faccia di Simon Pegg), un giovane scozzese sempre in bilico tra fascinazione e voglia di tornare alla vita di una volta. Un uomo normale che viveva una vita normale, come noi, prima di essere ingaggiato da Butcher, il – fieramente britannico – leader dei Boys: una squadra di emarginati che per conto del pentagono si occupa di vigilare sui supereroi per arginare i loro danni. Ma lo scopo di Butcher è molto più semplice: farli fuori. Da quel momento, la vita di Hughie inizia a essere stravolta da una situazione paradossale dopo l’altra, rendendolo una – tragicomica – vittima degli eventi.

 

I Boys non si limitano a essere gli ennesimi anti-eroi. Loro li uccidono, gli eroi (o meglio, i tizi che vengono pubblicizzati come tali) in una pulsione iconoclasta – tipica di Ennis – ancor prima che morale e politica.Garth Ennis esagera fin dal primo albo. Del resto, sul dizionario alla voce “sobrio” trovi la sua faccia. Su quello dei sinonimi e dei contrari.

Per questo, per evitare degli archi narrativi piatti, l’autore punta sempre più in alto, passando da un livello urbano, con risse di strada tra super forzuti – come se fosse un film di supereroi a basso costo, con un budget per gli effetti speciali molto limitato – fino ad arrivare a scene piuttosto spettacolari. A volte c’è una difficoltà nell’alzare il tiro, anche nei colpi di scena, ma sarebbe sciocco ritenerlo il punto di forza di una serie a fumetti come questa.

 

 

Ora, dopo lunga e fiduciosa attesa, è arrivata la trasposizione di Amazon. Nei panni di Butcher troviamo Karl Urban (Il Signore degli Anelli, i nuovi Star Trek e Thor: Ragnarok), detto “CHI?”, come ci ricorda Ortolani. Il volto di Hughie, invece, è quello di Jack Quaid (Hunger Games, La Truffa dei Logan); Simon Pegg, troppo vecchio per la parte di Hughie, interpreta invece il padre del giovane scozzese. Potrebbe apparire come un contentino, e in effetti lo è, ma ci rende comunque felici.

Quello che ci aspettiamo da questa serie, e che abbiamo iniziato a ritrovare già nei primi episodi, è tutto e il contrario di tutto: da un lato speriamo in una serie che non si butti sul grottesco e umoristico in maniera casuale e poco consapevole; dall’altro sarebbe bene che non si prendesse troppo sul serio, con messaggi morali ben precisi o celebrazioni della forza dei supereroi.
Il ritmo ci piace (per quanto più placido rispetto a quello del fumetto) e per ora ci pare che stia mostrando quello che doveva, e che le prime puntate promettano davvero bene.


Una piccola nota: spesso si rischia di travisare Ennis e di credere che la sua sia un’effettiva celebrazione del vigilantismo e della vendetta, con i protagonisti che aderiscono fino in fondo al pensiero dell’autore; o addirittura si può pensare che le sue opere siano l’esatto opposto, cioè delle totali critiche prive di compiacimento, mosse da un autore che non si rispecchia neanche minimamente nei personaggi (Ennis? Proprio no!).


Comunque, da quando è terminata la serie a fumetti, la società è cambiata sotto molti aspetti, e ci aspettiamo (e stiamo trovando) alcuni nuovi spunti di riflessione che vanno a rafforzare o andare oltre i temi affrontati da Garth Ennis. Non sembra però probabile che gli autori televisivi abbiano troppa voglia di allontanarsi dai binari sicuri già tracciati da un fumettista di questo livello: sappiamo bene che i fan non vedono di buon occhio le trasposizioni che si prendono troppe libertà rispetto all’opera originale.
La serie tv si limiterà quindi a trovare un compromesso tra i vari pregi – contrastanti – delle storie stampate su carta?

E, così facendo, farà conoscere l’opera di Ennis a un pubblico più vasto, in un periodo in cui i supereroi spopolano ovunque?

A noi basterebbe questo.

E poi, diciamolo, non vediamo l’ora di goderci il pestaggio di un super-vigilante.

 

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